Tra comicità e fedeltà: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO a teatro.

Pensando alla grande letteratura ottocentesca, uno dei primi nomi che sicuramente giunge alla mente di ognuno di noi è quello di Jane Austen, e, in modo particolare, quello del suo romanzo più famoso: Orgoglio e pregiudizio.

Un romanzo che è insieme romantico e critico, ironico e sentimentale, spietatamente realistico e che conduce il lettore, attraverso la scrittura calibrata della Austen, a riflettere su tematiche sempre attuali. Celebri, infatti, sono le posizioni fortemente individualiste, quasi da femminista antilitteram, della protagonista Elizabeth Bennet; o, ancora, l’arroganza iniziale di Darcy, al quale poi il lettore si affezione nel momento in cui i suoi sentimenti mutano per Elizabeth e farà di tutto per aiutarla e conquistarla. O, ancora, il desiderio sconfinato di Mr Collins nel voler ascendere socialmente ed entrare nelle grazie della sua benefattrice attraverso un buon matrimonio. E, per ultimo, l’amore puro, naturale, ma ostacolato, motivo di peripezie, tra Jane e Bingley.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Questi punti di forza del romanzo vengono rispettati nell’adattamento e riduzione teatrale di Antonio Piccolo, con regia e partecipazione di Arturo Cirillo; uno spettacolo andato in scena al Teatro delle Muse di Ancona, prodotto da Marche Teatro e Teatro Stabile di Napoli.

Tra le motivazioni che hanno indotto il giovane regista napoletano a scegliere di rappresentare proprio questa opera viene elencato come primo punto il «dono folgorante per i dialoghi» dell’autrice inglese. Cirillo, infatti, pur riducendo il testo del romanzo agli avvenimenti e ai personaggi più salienti, rimane fedele alle parole della Austen, dando loro vita, corpo, anima. Le grandi battute che hanno reso celebre questo romanzo vengono riportate in scena con tutta l’intensità e il pathos che lo spettatore, o il lettore, può aver immaginato leggendole su carta.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Inoltre – e questo è un altro motivo per cui al regista la Austen risulta tanto cara – emerge anche quel senso di ironia, quello «sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi» che dona una patina di comicità lieve all’esecuzione dei vari dialoghi ma non per questo annulla la profondità dei sentimenti e delle introspezioni tipiche di personaggi come Elizabeth, Darcy, Jane.

Proprio per supportare questa visione disincantata, distante, ironica che la Austen propone nelle sue pagine, Cirillo utilizza la scenografia – progettata da Dario Gessati – a suo vantaggio: lo spazio circostante diventa una chiave di lettura nuova che rende la scena dinamica e multipla. Gli enormi pannelli di legno e materiale trasparente (che diventa, di volta in volta, specchio o finestra), infatti, moltiplicano i punti di vista, rifrangono i colori, lo spazio, permettono il cambio di scena. E, così, soltanto questi pannelli, creano il salotto – e la tenuta in generale – di casa Bennet, i saloni dove avvengono i vari ricevimenti del signor Bingley e di Lady Catherine de Bourgh – interpretata, magistralmente, dallo stesso Cirillo, che veste anche i panni del padre della famiglia Bennet.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

In un mondo animato da danze, canti, colori, come quello portato in scena sul palco, dunque, la sensibilità femminile, ironica, pungente a volte della Austen trova la sua perfetta corrispondenza nella pièce divertente, dinamica ed elastica del giovane regista.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Marianna Scognamiglio

21 Febbraio: Giornata internazionale della lingua madre… e le traduzioni perse.

Le origini

L’ex direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova, in occasione del discorso per la Giornata Internazionale della Lingua Madre nel 2016, ha dichiarato: “Le lingue madri, in un approccio multilinguistico, sono fattori essenziali per la qualità dell’istruzione, che è alla base dell’emancipazione di donne e uomini e delle società in cui vivono”.

Nata con lo scopo di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, la Giornata Internazionale della Lingua Madre fu proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel novembre del 1999 (30C/62), iniziando ad essere celebrata dall’anno seguente. Nel 2007 è stata riconosciuta dall’Assemblea Generale dell’ONU, contemporaneamente alla proclamazione del 2008 come Anno internazionale delle lingue, per promuovere l’unità nella diversità e la comprensione universale attraverso il poliglottismo e il multiculturalismo.

La data – 21 febbraio – intende commemorare il 21 febbraio 1952, giorno in cui alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan.

Riconoscere quindi oggi il fondamentale ruolo vitale che hanno le lingue nel trasmettere un immenso patrimonio culturale ereditario è la chiave per far sì che proprio queste lingue non muoiano; e proprio questa iniziativa se da un lato vede un costante incremento della sensibilità sul problema della tutela delle varie lingue, dall’altro fa sì che si crei una rete di partners e risorse che supportino l’implemento di strategie e politiche a favore della diversità linguistica e del multilinguismo in tutte le parti del mondo.

Un esempio: i giochi linguistici mancati

Nello spirito quindi promosso dall’UNESCO e dall’ONU di voler tutelare le lingue madri, cogliamo l’occasione per mostrarvi come, anche in ambito artistico, questo può avvenire.

La famosa opera di Oscar Wilde, The importance of being Earnest, offre un caso perfetto per dimostrare quanto appena detto.

Un grosso problema di traduzione in italiano viene infatti presentato sin dal titolo: il gioco di parole originario, rispettato nel titolo inglese, fra l’aggettivo “earnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprio “Ernest”, fa sì che questi in inglese abbiano la stessa pronuncia. E proprio su questo gioco di parole si fonda il paradosso fondamentale della commedia: infatti, nell’alta società britannica, non è la persona a contare, non è l’essere, ma l’apparire, lo sforzo d’esser racchiuso in un nome che può rivelarsi quanto mai ingannevole.

Lady Bracknell. My nephew, you seem to be displaying signs of triviality.

Jack. On the contrary, Aunt Augusta, I’ve now realised for the first time in my life the vital importance of being earnest.

Al contrario questo paradosso e questo gioco linguistico viene meno nella traduzione italiana, dove troviamo a volte L’importanza di essere Onesto altre L’importanza di essere Probo, giocando sul fatto che “Onesto” e “Probo” sono anche nomi propri, anche se obsoleti. Spesso invece si salta il gioco di parole usando impropriamente il titolo L’importanza di chiamarsi Ernesto, rinunciando alle doti di “serietà” che la earnestness inglese intende e rinunciando ai giochi di parole contenuti nell’opera.

Lady Bracknell. Nipote mio, sembri dare segni di frivolezza.

Jack. Al contrario, zia Augusta, ho capito per la prima volta in vita mia l’importanza di essere Ernesto / l’importanza di essere onesto.

Una soluzione traduttiva che meglio unisce un senso vicino alla parola earnest ad un nome frequente (e dunque riconoscibile come tale) è quella di rendere il titolo con “L’importanza di essere Franco“.

Altro esempio derivabile dal mondo artistico proviene questa volta dallo scrittore, drammaturgo francese Raymond Queneau, nella sua opera Zazie nel metro.

Anche qui, come nel caso precedente, troviamo infatti dei giochi linguistici che poco rendono nel momento in cui vengono traslati nella nostra lingua. Un esempio per tutti, la parola di apertura del romanzo, Doukipudonktan.

Questa lunga e strana parola altro non è che la trascrizione fonetica della frase francese D’où qu’ils puent donc tant?. La domanda in italiano si tradurrebbe con la frase “Da dove viene così tanta puzza?”, mentre la prima parola del romanzo diventa “Macchiffastapuzza”, perdendo così quel sottile gioco linguistico che invece caratterizza l’originale francese.

CARMEN: la libertà di scegliersi.

L’amour est l’enfant de Bohême / Il n’a jamais, jamais connu de loi / Si tu ne m’aimes pas, je t’aime / Si je t’aime, prends garde à toi!

È quello che canta Carmen in una delle arie più celebri della famosa opéra-comique, Carmen.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

La gitana Carmen è inarrestabile, spregiudicata e passionale; crede fermamente nella sua libertà individuale e in quella di tutti gli esseri umani, non si piega alla legge e, anzi, si può dire che è lei a piegare la legge a sé, fattispecie nelle persone di Zuniga ma soprattutto di Don Josè, uno dei due poli maschili che animeranno il triangolo amoroso basato su gelosia e passioni sul quale poggia l’intera opera.

L’altro polo maschile del triangolo lo si ritrova nella persona del torero Escamillo, anch’egli innamorato di Carmen e il quale suscita una profonda gelosia proprio in Don Josè che, a più riprese, prova a sfidarlo a duello per l’amore della bella e irriverente gitana.

Oltre a rappresentare i due poli maschili, Don Josè ed Escamillo rappresentano anche due personalità totalmente contrapposte: da una parte, infatti, troviamo Don Josè, l’uomo intimamente tormentato tra il suo desiderio – a tratti violento – di possedere Carmen e quello di rimanere fedele alle ultime preghiere di sua madre morente, alla sua posizione in polizia; dall’altra, invece, Escamillo, il toreador, libertino, simbolo di sfrenata libertà e leggerezza.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

I sentimenti mai fermi di Carmen la portano a oscillare tra i due uomini, arrivando a concedersi a entrambi, incurante degli avvertimenti delle carte che ne preannunciano la morte, della minaccia di vendetta dello stesso Don Josè e dell’avvertimento delle stesse amiche quando, ormai giunti all’ultimo atto dell’opera, la avvertono proprio della presenza dell’ex amante.

Carmen gli va incontro. Ed è un incontro che tiene lo spettatore con il fiato sospeso, che non gli permette un momento di distogliere l’attenzione dalla scena, perché, proprio mentre sullo sfondo tutto preannuncia il momento del trionfo di Escamillo, ecco che al centro della scena si consuma il momento più drammatico e più struggente dell’opera. In preda a un attacco di cieca violenza e follia, dopo che Carmen gli getta addosso l’anello simbolo del loro amore, Don Josè la pugnala, uccidendola, e consegnandosi poi ai gendarmi: «Vous pouvez m’arrêter. / C’est moi qui l’ai tuée!/ Ah! Carmen! ma Carmen adorée!».

Una storia all’insegna della libertà di amare e di essere, sempre moderna in questi temi che toccano le corde dello spettatore pur essendo andata in scena nella prima volta nel 1875. E la modernità viene ribadita, in questa rappresentazione, anche dalla produzione stessa dell’opera, per merito di Paul-Émile Fourny. Infatti, nella volontà del registra di proporre uno sguardo contemporaneo, originale, ma pur sempre rispettoso dell’opera, si può notare come già fin dalle prime scene questa emerga: l’opera si apre catapultando lo spettatore al centro di un’indagine poliziesca, con un delitto in un teatro a rubar la scena. E da qui, come in un flashback, si snoda la vicenda: i gitani e i contrabbandieri, personaggi tipici dell’opera originaria, vengono trasformati in una compagna teatrale che deve portare in scena proprio la Carmen di Bizet, intrecciando così realtà e fantasia.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

 «Ho voluto proporre una lettura più contemporanea ma rispettosa dell’opera, evitando la caricatura spagnola per meglio sviluppare la drammaturgia» – spiega Paul-Émile Fourny «L’idea è quella di una messa in scena vicina alle serie televisive poliziesche, e in particolare a quelle che si svolgono negli anni 50-60, perché Carmen è la storia di un crimine, in cui la protagonista è la vittima. Il mio sguardo è femminista, Carmen afferma le sue scelte di vita, sia professionali che personali; con un carattere forte, indurito, deve combattere per rivendicare il suo status di donna libera».

Carmen non è soltanto una contrabbandiera, una zingara, un’attrice o una vittima di un omicidio: Carmen è una donna che diventa il simbolo della fedeltà a se stessi e alle proprie passioni («Libre elle est née / et libre elle mourra!»), della tenace affermazione della propria indipendenza davanti i soprusi mascherati da amore.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

Questi messaggi, inoltre, vengono veicolati al massimo delle loro potenzialità anche grazie all’accompagnamento musicale di Beatrice Venezi, che, nonostante la sua giovanissima età, ha saputo dirigere l’Orchestra Rossini in modo impeccabile, meritandosi tutti gli applausi del pubblico.

La perfetta sinergia che si è creata sul palco tra la direttrice d’orchestra e la mezzosoprana Mireille Lebel, l’interprete di Carmen, è stata la chiave vincente per garantire una lettura modernamente femminista, forte, onesta che ha caratterizzato questa produzione di un classico del teatro lirico, pur nel rispetto della sua immensa grandezza.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

Si ringrazia Fondazione Rete Lirica Marche e il Teatro dell’Aquila di Fermo per l’ospitalità.

Marianna Scognamiglio

Uno sguardo su Pesaro Danza Focus Festival

Domenica 9 febbraio si è tenuta a Pesaro la rassegna Pesaro Danza Focus Festival. Quattro performance, ognuna incastonata in uno scenario diverso ed ognuna portavoce di un diverso modo di intendere la danza e lo studio del corpo.

Il primo appuntamento è nel salone nobile di Palazzo Gradari con Save the Last Dance for Me di Alessandro Sciarroni. Il vuoto al centro della sala viene subito colmato da un improvviso rimbombo che sembra voler invadere lo spazio dentro e fuori lo spettatore e accompagna l’ingresso dei due danzatori Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini. Come ragazzi innamorati si affacciano alla porta e camminano verso il centro, tenendosi per mano, con soffice eleganza, quasi con ingenuità. La loro danza è un rapido vorticare e roteare, si sente il frusciare delle scarpe sul pavimento mentre al suono iniziale si sovrappone un rombo crescente. Sciarroni vuole ridare vita ad una danza tipica della tradizione bolognese dei primi del ‘900, la polka chinata, ma si sbarazza dei ritmi tradizionali sostituendoli con i suoni della musica di Aurora Bauzà e Pere Jou. Suggestivo il contrasto fra le gestualità dei danzatori, che richiedono grande destrezza ed un importante sforzo fisico, e l’atmosferica onirica, quasi ipnotica evocata dalla musica. Le movenze della coppia racchiudono in sé gli elementi del femminile e del maschile. C’è forza nel loro girare vorticoso, aggrappati l’uno all’altro in un abbraccio che denota massima tensione muscolare, e c’è delicatezza nel loro reciproco inseguirsi ed accompagnarsi. Mentre si lasciano andare alla danza gli sguardi dei due danzatori si fanno meno seri, si staccano dal fissare un punto nel vuoto per incontrasi e sorridersi, e ci rivelano che il vero senso di questa performance è implicito nella sua natura giocosa.

È una sensazione così banale eppure così rinfrescante osservare due persone che sanno giocare con i propri corpi e si divertono. Mentre la musica si affievolisce si fa più forte il rumore dei loro respiri affannati. Escono, come erano entrati, con grande eleganza, mano nella mano.

Save the Last Dance for Me – Foto di Claudia Borgia e Chiara Bruschini

Il secondo spettacolo si svolge al Teatro Rossini. Si tratta di Metamorphosis di Virgilio Sieni. Il sipario si apre su uno scenario fiabesco. Strati di teli bianchi, semitrasparenti pendono dal soffitto e si perdono nella profondità del palcoscenico. Fra questi teli si inscena un gioco di ombre, i danzatori sono figure senza una fisicità definita, a tratti riemergono da questa nebbia di teli bianchi per esibirsi sul proscenio, a tratti i loro contorni svaniscono nella distanza. L’impatto è assolutamente cinematografico. Sieni si rifà alle Metamorfosi di Ovidio, alla concezione del mondo lucreziana, alla leggerezza descritta da Calvino nelle Lezioni Americane. L’intera performance si presenta come uno studio sull’infinito nella sua concezione fisico-spaziale ma anche esistenziale. La musica, di Arvo Pärt , dalle tonalità angoscianti ci ricorda che stiamo assistendo ad un processo che indaga l’origine della vita, e si affaccia a questo mistero come ad un abisso imperscrutabile. I riferimenti al mondo animale sono fin troppo espliciti, ombre di cervi, alci e licaoni compaiono dietro i veli e i danzatori interagiscono con queste forme fino ad esserne inglobati. I loro corpi mostrano la fragilità e la precarietà di creature colte in un processo di trasformazione, si muovono in uno spazio etereo, avvolto in una luce soffusa e privo di gravità, come atomi persi nelle profondità dell’oceano o dell’universo. Sono emblema della materia pura, disumanizzati perché appartenenti ad uno stadio che precede l’umanità e la coscienza, e forse è proprio questa primordialità che, insieme ad un senso di unione con il tutto, risveglia il nostro timore di fronte a qualcosa di profondamente irrazionale. Ma se il corpo umano è celebrazione di una vita che lentamente si risveglia, l’immagine finale ci ricorda che la vita nella sua necessità di trasformarsi e di esistere in un costante divenire è anche dolore e trauma: è il profilo di un angelo che cerca di protrarsi in avanti per spiccare il volo ma rimane ancorato a terra, leggerissimo, eppure sconfitto dalla pesantezza.

Metamorphosis – Foto di Andrea Macchia
Metamorphosis – Foto di Andrea Macchia

L’ultimo spettacolo a cui assisto si tiene all’interno del Teatro Sperimentale. Il titolo Aerea riflette le ambiguità contenute nella performance. Da una parte evoca la leggerezza del tessuto della bandiera che solo nell’aria trova il modo di manifestarsi a pieno, dall’altra ci suggerisce che persino qualcosa di tanto bello può essere distorto fino ad assumere simbologie distruttive. Sulla scena i due danzatori Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi vestono abiti militari e tengono sulla spalla una bandiera dal colore grigiastro -lo stesso colore dei vestiti che indossano- che sarà il fulcro dell’intera performance. Il loro aspetto è austero. È il culto dell’esattezza del gesto, i movimenti sono ripetuti in serie, quasi meccanizzati, eseguiti con una precisione sconcertante. I performer eseguono i loro ruoli in una perfetta simmetria, mettono in scena un mondo in cui il libero arbitrio è stato soppiantato dal fanatismo, tanto che il movimento sembra cadere nel suo opposto e diventare un simbolo di costrizione. Eppure ogni gesto, per quanto geometrico, scivola naturalmente dai loro corpi come in una pellicola riprodotta a rallentatore. La bandiera assume durante la performance diversi significati, diviene telo funebre da cui i danzatori si rialzano come zombie, arma per sferrare colpi o bozzoli in cui rifugiarsi. La musica che li accompagna nella parte iniziale, composta da Demetrio Castellucci, è un mitragliare cadenzato in costante crescendo che, raggiunto il suo climax, si quieta per poi ricominciare. E questa mitraglia non può che ricordarmi il battito di un cuore, quasi a suggerire quanto paradossalmente la vita e la morte condividano i suoni che le determinano.

Aerea – Foto di Gianluca di Ioia
Aerea – Foto di Gianluca di Ioia

Si ringrazia AMAT per l’ospitalità

Alessandra Pennesi

PROGETTO CONTAMINARTI: Il nuovo team di AMAT

Da sinistra: Matteo, Sara e Daniele.

Matteo, 25 anni (tra qualche mese 26). Decide di prendere parte al Servizio Civile Universale perché pensa sia piacevole rendersi utile per la Patria e molto importante mettersi in gioco. Nonostante gli studi di ingegneria meccanica, trova che prendere parte ad un progetto inerente lo spettacolo dal vivo e la promozione culturale sia molto stimolante e, inoltre, che permette di ampliare i propri orizzonti.

Sara, nata nel 1993, dopo una triennale in Tecniche di Laboratorio Biomedico, capisce che in realtà vuole fare delle sue passioni il proprio lavoro; si iscrive così al Conservatorio di Fermo e consegue il Biennio in Pianoforte. Sin da piccola suona, balla, canta e recita – “quando sono dentro un teatro mi sento davvero a casa”, dice – ed insegue il sogno wagneriano dell’ “arte monumentale”. “Ritengo che per fare spettacolo bisogna conoscerne tutti gli aspetti” afferma “AMAT mi sta dando proprio questo: la possibilità di conoscere ciò che c’è dietro le luci del palco”. 

Daniele, nato nel 1995, è laureato in Archeologia e lettere classiche all’Università degli studi di Urbino, ed è attualmente iscritto alla laurea magistrale in Storia dell’arte sempre a Urbino. Durante il suo secondo anno di università scopre il mondo del teatro, grazie prima ai laboratori di traduzione interculturale e poi ai corsi di teatro tenuti dal Centro Teatrale Universitario. Grazie al CTU scopre quanto sia bello stare sul palco, ma anche dietro, ad organizzare eventi e a far conoscere gli spettacoli ai ragazzi delle scuole. Probabilmente è questo che lo ha spinto a fare il servizio civile con AMAT, perché il suo sentimento per il teatro è un amore viscerale, che rende ormai impossibile distaccarsi l’uno dall’altro.

PROGETTO CONTAMINARTI: le nuove volontarie di Sineglossa

Da sinistra a destra: Cristina, Cecilia, Francesca

Cecilia, 28 anni, laureata magistrale in Marketing alla facoltà di Economia di Ancona, ha deciso l’anno scorso di provare ad entrare nel mondo della cultura, assecondando la sua grande passione per l’arte.
Frequenta quindi il master “cultural heritage management” all’Istao, da qui la voglia di intraprendere una nuova strada, quella della comunicazione in ambito culturale, entrando in contatto con Sineglossa, una realtà giovane, vivace, in grado di promuovere la cultura e l’arte attraverso progetti affascinanti e innovativi.
Dice di aver trovato finalmente l’opportunità di mettersi alla prova e di fare ciò che le piace.

Francesca, 27 anni, laureata in Management dei beni culturali. È cresciuta osservando in casa i quadri del nonno pittore, ed anche se non l’ha mai conosciuto, crede che sia stato proprio lui a passarle il testimone della passione per l’arte. Convinta di questo e innamorata delle Marche, impronta tutta la sua carriera formativa sul voler un giorno fare diventare la sua passione il suo lavoro. Accetta ora la sfida del servizio civile ed entra in Sineglossa, convinta che sia lo specchio reale di come sta evolvendosi ora il mondo dell’arte e della cultura.

Cristina, classe ’94, dopo una laurea in “Progettazione e gestione di eventi e imprese dell’arte e dello spettacolo”, un master e un corso di formazione, non ha ancora ben chiaro cosa vuole fare “da grande”. Nel
frattempo si dedica alle sue passioni: i libri, il teatro, l’arte in tutte le sue forme e lo sport.
Svolgere il servizio civile da Sineglossa “mi permette di mettermi in gioco e di sperimentarmi in una realtà dinamica e innovativa, che fa degli interventi creativi e della contaminazione il suo punto forte,
permettendomi così di trasportare le mie passioni in ambiente lavorativo”.

PROGETTO CONTAMINARTI: un nuovo team per il Consorzio Marche Spettacolo

È da poco partito ContaminArti, il nuovo progetto del Servizio Civile Universale, all’insegna della promozione del patrimonio artistico-culturale della regione Marche. Come negli anni passati, anche quest’anno diversi ragazzi e ragazze sono stati scelti per collaborare con CONSORZIO MARCHE SPETTACOLO, AMAT e SINEGLOSSA.

Vi presentiamo la squadra del CMS, che quest’anno è formata da Marco, Marianna, Ilaria e Alessandra.

Da in alto a sinistra, in senso orario: Marco, Alessandra, Ilaria e Marianna

Marco, classe 1994, è uno studente di Economia e Management ad Ancona; ha una passione per la musica – qualsiasi genere, «l’importante è che sia sconosciuta». Suona, scrive e balla nel tempo libero anche se fa tutte e tre le cose relativamente male ma non è importante in quanto lo rendono felice. Ha deciso di intraprendere questa strada perché «mi permette di avvicinarmi all’ambito musicale e culturale da un punto di vista lavorativo, facendo parte di quell’ossigeno necessario alla vita umana che è la cultura».

Marianna, nata nel 1995, dopo una maturità scientifica, ha conseguito la laurea in Italianistica, Culture Letterarie Europee e Scienze Linguistiche.
Tra le sue passioni più grandi rientrano la lettura, la scrittura, l’arte, più generalmente la cultura. «Non dico che la cultura possa salvare il mondo, ma sicuramente aiuta l’uomo a migliorarsi» è il suo motto, ed è anche il motivo per cui ha scelto questo progetto: promuovere la cultura, sperando arrivi a migliorare l’uomo.

Ilaria, quasi 25 anni, ha frequentato l’università nei Paesi Bassi, laureandosi in International Tourism Management. In quegli anni, mentre i piedi si trovavano in suolo estero, la mente riscopriva il fascino delle proprie origini. «Tornando, mi son trovata a guardare le Marche con gli occhi di un estraneo. E mi hanno riconquistata.» afferma «Il Consorzio Marche Spettacolo mi dà la possibilità di conciliare l’esperienza in campo turistico con la conoscenza della regione Marche, e la voglia di comunicarne la bellezza al mondo».

Alessandra, ancora 24enne, a 14 anni scopre l’amore per il teatro, vuole fare l’attrice e girare il mondo. A 19 scopre l’entusiasmo per l’acrobatica, vuole scappare con il circo e girare il mondo. Invece abbandona tutto, si iscrive all’università e fugge in Irlanda. Ora, dopo la laurea, il desiderio di ritrovare le sue passioni la riporta a casa e attraverso il Consorzio Marche Spettacolo trova finalmente l’opportunità di conoscere e far conoscere il mondo dello spettacolo dal vivo nella sua regione.

E quindi, non ci resta che augurare loro il meglio e fargli un grandissimo in bocca al lupo per questa esperienza!