Le digital performances prima e dopo il lockdown

Un articolo su Repubblica afferma che “il digitale […] non deve essere considerato un nemico, né un ripiego di cui sbarazzarsi in fretta dopo la fine della quarantena, neanche per la musica. È una opportunità da provare, anche per non piangersi addosso”. Parlando dell’esperienza unica del concerto della band coreana BTS – concerto che ha fatto numeri enormi -, Riccardo Luna vede nello streaming, e quindi nell’uso del digitale, un nuovo modo di affrontare il problema dello spettacolo dal vivo nel mondo post-covid.

Nel caos della pandemia, infatti, sono stati cancellati migliaia e migliaia di eventi e, per evitare di far crollare il settore dello spettacolo, gli artisti e le compagnie si sono dovute inventare nuovi modi per affrontare questa sfida. Tra questi, c’è proprio l’uso delle piattaforme streaming per permettere al pubblico di usufruire, nei momenti più difficili, di spettacoli a loro piacimento. Sebbene, come ricorda Karen Allen, l’autrice di “Twitch for Musicians”, in un’intervista a Rolling Stone, esistono diversi tipi di approccio al digitale: uno passivo, bidimensionale e un altro
community-based che incoraggia gli artisti ad interagire attivamente con i fans.

Eppure, queste “perfomance digitali” non sono assolutamente invenzioni recenti.
L’uso del digitale nello spettacolo dal vivo, infatti, risale già all’invenzione delle prime tecnologie, come ad esempio la televisione. Si pensi, infatti, al fenomeno italiano del videoteatro, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, dove gli attori in scena interagivano con monitor, telecamere o videoproiettori durante le loro performance.
In Italia, tra le rassegne più significative dedicate al videoteatro si segnalano il POW-Progetto Opera Video-Videoteatro (poi Scenari dell’Immateriale) svolto a Narni dal 1984 (dove il fenomeno del videoteatro s’è sviluppato), il TTV di Riccione e il Festival ‘O Curt di Napoli.

Clicca qui per il video INDEX Videoteatro, a cura di Carlo Infante, editing video di Ariel Genovese, dedicato al progetto/rassegna POW-Scenari dell’Immateriale di Narni, 1988, nell’archivio video di Urban Experience.

Più recentemente, poi, si arriva ad una performance più immersiva dando vita al fenomeno del teatro multimediale, con l’uso del digitale dentro la stessa scena, permettendo allo spettatore di vivere nuove emozioni. Si parla quindi di “performance digitale” quando strumenti multimediali come proiezioni tridimensionali, luci, computer interagiscono non solo con l’attore in scena ma anche con il pubblico in sala, divenendo così parte integrante dello spettacolo, del pensiero dietro lo spettacolo, permettendo alle emozioni provate di essere amplificate.
Per capire meglio questo tipo di perfomance digitali si pensino alle seguenti esibizioni: Cinématique di Adrien Mondot, meglio conosciuto con il nome di Adrian M

Adrien M – Cinématique, Digital Media Performance 2009

o, ancora, allo spettacolo di MOTUS – CHROMA KEYS.

MOTUS – CHROMA KEYS

Nel mondo post-covid, invece, il digitale viene inteso, come si è detto, come uno strumento di streaming che permette agli artisti di interagire con i fans,
scardinando il “qui e ora” caratterizzante lo spettacolo dal vivo e spostando il centro su luoghi e tempi diversi per ognuno. Diventa così un mezzo privilegiato per indagare il rapporto tra discipline diverse in un’ottica di compresenza e dialogo, in una sintesi che vuole essere pluridisciplinare.
E non si può, dunque, non pensare all’esperienza di “performance digitale” offerta da AMAT con i suoi spettacoli della rassegna Now/Everywhere teatro musica & danza possibili (adesso). Una serie di spettacoli teatrali o di danza che, coinvolgendo il pubblico, permettevano a quest’ultimo di godere di un momento di distrazione nel luogo e nel momento che preferiva, scegliendo la piattaforma a lui più congeniale: Zoom, WhatsApp…

Dalla rassegna di AMAT, Now/everywhere:
Theatre on a line, ph: Roberta Bosetti.

O, ancora, se vogliamo pensare alla possibilità di sfruttare lo streaming nella sua accezione “bidimensionale”, statica, si pensi alla possibilità offerta con OnTheatre (https://www.ontheatre.tv/), una piattaforma digitale che propone spettacoli di vario genere, il tutto on-demand.
Questa piattaforma, pensata dal direttore d’orchestra novarese Massimo Fiocchi Malaspina e da Lucrezia Drei, giovane soprano milanese, si riallaccia all’idea lanciata dal Ministro Dario Franceschini, durante la puntata di sabato 18 aprile di Aspettando le parole, il programma condotto da Massimo Gramellini su Rai3:

«Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità».

E sembra bellissimo, non è vero?
La possibilità, pur sempre dietro pagamento di un biglietto, di poter godere di un’opera, di un balletto, di un musical nella comodità assoluta della propria casa e, soprattutto, nel momento che uno preferisce.
Eppure, questo tipo di performance digitale viene a contrastare con quella che è la definizione principale di spettacolo dal vivo, che si basa sul principio del “qui e ora” ma, soprattutto, che si nutre dell’interazione tra pubblico e performer, motore pulsante dello spettacolo dal vivo. Lo ricorda, ad esempio, Shahid Mahmood Nadeem, premiato giornalista pakistano, drammaturgo, sceneggiatore, regista teatrale e televisivo, attivista per i diritti umani, e autore del Messaggio Internazionale della Giornata Mondiale del Teatro 2020. Nel suo messaggio, Nadeem parla della sacralità del teatro, sottolineando come questo debba recuperare la fondamentale relazione simbiotica con il pubblico.

Perché senza pubblico, il teatro, il mondo dello spettacolo, non possono vivere.
Questi, fin dalle loro origini greche, si basano infatti sull’elemento umano, sulla necessità di contatto tra artisti e spettatori affinché insieme, attraverso parole, gesti, musiche e corpi, arrivino a creare una comunità civile, che si riscopra in valori identici, forti. Basti pensare che, nell’antica Grecia, il coro di una tragedia era il luogo dove, tra le varie funzioni, si esprimeva il senso della polis, della democrazia più pura, rappresentativo della popolazione e delle idee che animavano l’opera.

Uno dei personaggi di spicco dell’avanguardia teatrale novecentesca, il regista polacco Jerzy Grotowski, sostiene che:

Non è il teatro che è necessario, ma assolutamente qualcos’altro.
Superare le frontiere tra me e te: arrivare ad incontrarti per non perderti
più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee
graziosamente precisate, rinunciare alla paura ed alla vergogna alle quali
mi costringono i tuoi occhi appena gli sono accessibile “tutto intiero”.
Non nascondermi più, essere quello che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un’ora. Trovare un luogo dove tale essere in
comune sia possibile…


Questa visione dello spettacolo dal vivo è una visione che ha accomunato diversi artisti durante il periodo del lockdown, che, magari, pur sfruttando le possibilità offerte dagli strumenti digitali, hanno sempre lamentato la mancanza di un qualcosa di più intimo. È il caso, ad esempio, di Ilaria Borletti Buitoni, Presidente della Società del Quartetto di Milano, che in un’intervista ribadisce come, pur essendo d’accordo con la possibilità di sfruttare il mondo digitale per promuovere lo spettacolo dal vivo, quello tuttavia «non basta. Lo spettacolo dal vivo è una meravigliosa festa a tre, autore, esecutore, pubblico, e senza quell’interazione continua e vitale si rischia di perdere per sempre una espressione della creatività che da secoli rappresenta un pilastro della nostra cultura».
O, ancora, il direttore dell’Associazione Filarmonica di Rovereto, Klaus Manfrini. Parlando infatti dell’esperienza intima che sta alla base di un concerto di musica classica e che trova il suo punto nevralgico nella capacità di saper ascoltare – capacità che, proprio perché limitata nella popolazione oggi giorni, è tanto più preziosa e va tutelata -, il direttore Manfrini ribadisce come il digitale non sia altro che un surrogato, che impedisce la piena realizzazione del godimento musicale:

Non dobbiamo lasciarci ingannare e cominciare a confondere la realtà
con questa che è a tutti gli effetti una soluzione di ripiego, che
appiattisce l’atteggiamento dell’ascolto togliendo tutte le sfumature e
soprattutto che toglie la dimensione dell’esperienza diretta. Nella
fruizione digitale manca uno degli elementi fondamentali che caratterizza un concerto: non c’è vicinanza tra interpreti e pubblico, e come ben sa chi almeno qualche volta ha frequentato una sala da concerto, la presenza del pubblico e il suo atteggiamento influenzano direttamente il modo in cui un artista suona.


Lo spettacolo dal vivo è quindi quell’esperienza di cui non può esistere una
riproduzione, proprio perché avvolta da quella magia del “qui ed ora” condivisa dal pubblico e dall’artista in questione, dove ogni performance è in sé irripetibile e sempre unica. Il duo pop fiorentino Acquarama, in un’intervista rilasciata su Pane Acqua Culture, sottolinea come: un «concerto dal vivo è emozionante proprio perché è come assistere a una magia in tempo reale: più la magia è autentica e diretta più è potente, ma se il messaggio musicale è mediato da una riproduzione – come quella virtuale – la magia è più debole e finisce per privarsi di gran parte dei suoi significanti, si riduce a una mera rappresentazione».

L’uso del digitale per valorizzare il mondo dello spettacolo prevede inoltre tutta una serie di aspetti tecnici-economici, prima tra tutti quello di «ripensare modelli e strategie, di immaginare nuovi format e creare contenuti ad hoc, c’è bisogno di rompere definitivamente barriere e tabù, valorizzare ancora di più eccellenza artistica e talento». E, accanto a questo, quello, forse più banale ma che sicuramente tocca più da vicino il pubblico, del costo del biglietto. È giusto far pagare un biglietto per uno spettacolo streaming quanto quello di uno spettacolo che avviene in un teatro? E, inoltre, i costi delle piattaforme, devono essere inclusi o meno nel prezzo del biglietto?

Tuttavia, siccome ogni arte è figlia del suo tempo, non si può pensare oggi a un mondo dello spettacolo che non abbia bisogno del supporto digitale. Ne ha bisogno, e su quello possiamo concordare tutti. E nel lockdown che ci han chiuso nelle nostre case, il digitale è stato un modo per provare a ripartire, per re-inventare e reinventarsi, per evitare l’isolamento.
Ma eravamo sempre lontani l’uno dall’altro, sempre distanziati.

Lo spettacolo dal vivo è però comunità, è relazionarsi in un momento ben preciso e in un luogo ben definito con l’artista che ci sta davanti, senza alcuna barriera. È vivere in presenza quell’occasione di gioia unica che lo spettacolo può donarci e alla quale il pubblico vuole tornare, secondo la ricerca Caro spettatore, come stai?: il 69,5% degli intervistati sente la mancanza dell’esperienza in presenza performance.

Dunque, ben venga la tecnologia nel mondo dello spettacolo dal vivo, che questo progredisca con la società, ma non si immagini sia possibile sostituire all’emozione dell’entrare in un teatro lo streaming digitale.

Marianna Scognamiglio

Sitografia/Bibliografia

Impressioni su “Theatre on a Line”

Sabato scorso ho avuto la mia prima esperienza di teatro digitale, anzi, al telefono. Si trattava dello spettacolo “Theatre on a line” della compagnia Cuocolo/Bosetti, entrata a far parte della rassegna NOW / EVERYWHERE teatro musica & danza possibili (adesso) a cura di AMAT.
Il mio appuntamento è per le 18.00, chiamo un numero che mi è stato mandato per messaggio. Una voce profonda di donna risponde e la sua prima domanda è “Ci conosciamo?” “No…cioè…non ancora…”. Nei primi minuti si cerca di stabilire un contatto umano fra di noi, di aprire una strada ancora inesistente. Mi chiede dove mi trovo e cosa vedo intorno a me, così da creare dei riferimenti visivi e dare a questa conversazione una sorta di collocazione fisica, anche se impercettibile.
“Sei sola?”… credevo di sì ma ora sono al telefono con qualcuno… perciò non lo sono più… non è questo il senso di questa telefonata? creare momenti di condivisa solitudine…

Roberta Bosetti – Theatre on a Line

Non poter vedere la mia interlocutrice apre infiniti mondi interpretativi. È una donna matura, ma non anziana, mi chiedo quale sia il suo personaggio, se ce ne sia effettivamente uno o se non stia semplicemente interpretando se stessa o una parte di sé. La sua voce tradisce una certa sofferenza, a volte sento quasi il bisogno di consolarla, mi parla della solitudine, della paura. Cerco di essere spontanea ma la spontaneità non mi riesce, mentre lei mi parla la mia mente divaga sulla preoccupazione di non fare passi falsi: mi chiedo se interromperla come avrei fatto con un’amica o se lasciarla parlare liberamente per non compromettere l’intera performance. Mi rendo conto a chiamata terminata che avrei voluto farle delle domande ma che ero troppo impacciata per lanciarmi in questo tentativo di intromissione, non avrei saputo a chi rivolgermi, se al “lei” personaggio o al “lei” persona e questo mi ha frenata. Nel frangente di uno spettacolo al telefono non ci sono più norme standard di comportamento da seguire, ci viene chiesto di essere qualcosa di più di semplici spettatori ed io mi rendo conto di non sapere come si fa.

“Vuoi raccontarmi qualcosa?” È a questo punto che il mio ruolo viene messo in drammatica discussione. Come può la mia realtà di spettatrice entrare all’interno di uno spettacolo “teatrale”? Cosa posso raccontare di me che abbia un qualche significato per una persona che non sia io? Queste domande mi costringono a riflettere sulla difficoltà di astrarre dalla particolarità della vita di un individuo dei significati o dei valori che parlino ad una moltitudine… mi rendo conto che l’arte di raccontare storie è davvero un’arte, ed una estremamente articolata.

Roberta Bosetti – Theatre on a Line

Ci sono dei silenzi che ogni tanto si frappongono fra me e lei, potrei riempirli in qualche modo ma sarebbe una forzatura, forse devo solo attendere che sia lei a svelarsi lentamente e a rendermi partecipe di qualche sua verità. Da una parte temo di trasformare questa esperienza in una seduta di psicoterapia al telefono – si sa che sono proprio gli sconosciuti le persone a cui ci si rivela più facilmente perché non hanno i mezzi per giudicarci – dall’altro non riesco ad essere completamente a mio agio. A volte c’è imbarazzo, a volte sento chiaramente che quei silenzi sono necessari a creare quella suspence che le permetterà di proseguire il suo discorso in un crescendo di idee e di pathos. Mi racconta un sogno, mi parla delle sue sensazioni, riflette sul senso meta-teatrale di ciò che sta accadendo in questo momento fra noi due.

Mentre la ascolto sono affascinata dalle sue capacità espressive, ma ho il pensiero costante che nessuno al telefono mi ha mai parlato in modo così forbito e strutturato. Non ci sono le mille incertezze ed interruzioni che popolano le vere conversazioni, non ci sono gli infiniti “mmmh”, “aaaah”, “infatti” che animano le discussioni reali, e la loro mancanza è piuttosto evidente e un po’ mi rattrista. La finzione di tutto ciò che sta accadendo mi si palesa nell’esattezza dei tempi teatrali, della proprietà di linguaggio e dell’enfasi ricercata con cui lei mi parla. Mancano le crepe nella voce e nei pensieri, per quanto ci sia il tentativo di creare un senso di verosimiglianza attraverso riferimenti alla realtà esterna: “Ti dispiace se mi vesto mentre parliamo?”…”Hai sentito anche tu quel rumore?”. Se il suo personaggio è finto, allora lo è anche la nostra “connessione”? A teatro non interessa a nessuno che i personaggi siano fittizi purché siano reali per noi, per la nostra sensibilità, ma adesso il problema della finzione mi si pone sotto una luce diversa perché adesso sono coinvolta in prima persona, ed io rappresento me stessa. Penso alla mia interlocutrice come professionista, chissà se utilizza lo stesso repertorio per ogni telefonata, mi domando se non abbia un pozzo di monologhi da cui attingere adatti ad ogni personalità, ad ogni tipologia di spettatore.

Roberta Bosetti – Roberta torna a casa

Dopo venti minuti il suo racconto si interrompe, tempo forse troppo breve per creare un vero senso di condivisone o una parvenza di intimità fra due persone, mi saluta mestamente e chiude la telefonata.
Sono stata senza dubbio una spettatrice acerba, non avvezza all’essere trascinata al centro del palco, anche se solo metaforicamente. Credo di appartenere a quella categoria di pubblico che ancora deve fare i conti con i dos and don’ts di questo tipo di performance e soprattutto con la maggiore libertà che gli viene accreditata per portare se stesso all’interno dello spettacolo. Ma la realtà è che preferisco ancora la vecchia poltrona di un teatro, starmene seduta lì nella penombra, in una sorta di anonimato rassicurante, a perdermi liberamente nei miei pensieri.

Si ringrazia AMAT per le foto

Alessandra Pennesi

Smartworking: ecco la musica che ci dà la carica

Quando da un giorno all’altro ci si ritrova l’ufficio sul divano, l’attenzione potrebbe calare e la produttività risentirne. Noi operatori del servizio civile ci motiviamo così.

Se come noi ora sei con le pantofole ai piedi e le mani alla tastiera, forse saprai di cosa stiamo parlando. Motivarsi a portare a termine un progetto quando il letto è a soli due passi può essere complicato. Eppure c’è chi lo smartworking lo fa ormai da anni, spesso per scelta, e nonostante tutte le distrazioni, hanno portato avanti le loro mansioni da casa ben prima di essere costretti a farlo.

La musica è (quasi) sempre la soluzione a tutto. Anche in questo caso, premere play e lasciar scorrere le canzoni che più ci stimolano può essere un buon modo per portare a termine il nostro lavoro. Senz’altro, per renderlo più dinamico e piacevole!

Per questo motivo, abbiamo preparato 4 playlist, secondo i gusti di Marianna, Alessandra, Ilaria e Marco, membri del team di servizio civile per il Consorzio Marche Spettacolo. Ognuna con la sua personalità, speriamo che queste playlist sapranno incentivare anche voi!

Se come Marianna hai voglia di cantare, scuotere la testa e sentirti viva, la sua playlist saprà attivarti non appena ti alzerai. Un’ondata di energia, perfetta anche per fare le pulizie, usando la scopa come microfono ed il soppalco come palcoscenico.


Alessandra ha un animo delicato e gentile, ma anche profondo. A lei motiva la musica tranquilla, dai battiti leggeri e costanti, e quella dai ritmi danzanti e teatrali. Una playlist che fa venir voglia di ballare un lento sotto le stelle.


Una playlist adatta ai cambiamenti d’umore di questa quarantena. A Ilaria piace alternare profondità d’animo e spensieratezza a piacimento. Per lo smartworking sceglie canzoni dalla melodia familiare, alcune upbeat per darsi brio e altre più tranquille per concentrarsi.


Una playlist da giovane musicista. L’animo indie-rock di Marco si sente sin dalle prime note, che suonano nella testa durante il lavoro in attesa di abbracciare una chitarra e suonarle da sé. Particolare e con una poetica in chiave moderna.


Avete trovato la vostra playlist ideale tra le proposte? O magari qualche nuovo suggerimento da aggiungere alla vostra? Nella speranza di essere stati d’ispirazione, noi continueremo ad aggiornarvi sui nostri punti di vista e sulle curiosità anche a distanza. #distantimavicini #andràtuttobene

Ilaria Ciaroni

Tra comicità e fedeltà: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO a teatro.

Pensando alla grande letteratura ottocentesca, uno dei primi nomi che sicuramente giunge alla mente di ognuno di noi è quello di Jane Austen, e, in modo particolare, quello del suo romanzo più famoso: Orgoglio e pregiudizio.

Un romanzo che è insieme romantico e critico, ironico e sentimentale, spietatamente realistico e che conduce il lettore, attraverso la scrittura calibrata della Austen, a riflettere su tematiche sempre attuali. Celebri, infatti, sono le posizioni fortemente individualiste, quasi da femminista antilitteram, della protagonista Elizabeth Bennet; o, ancora, l’arroganza iniziale di Darcy, al quale poi il lettore si affezione nel momento in cui i suoi sentimenti mutano per Elizabeth e farà di tutto per aiutarla e conquistarla. O, ancora, il desiderio sconfinato di Mr Collins nel voler ascendere socialmente ed entrare nelle grazie della sua benefattrice attraverso un buon matrimonio. E, per ultimo, l’amore puro, naturale, ma ostacolato, motivo di peripezie, tra Jane e Bingley.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Questi punti di forza del romanzo vengono rispettati nell’adattamento e riduzione teatrale di Antonio Piccolo, con regia e partecipazione di Arturo Cirillo; uno spettacolo andato in scena al Teatro delle Muse di Ancona, prodotto da Marche Teatro e Teatro Stabile di Napoli.

Tra le motivazioni che hanno indotto il giovane regista napoletano a scegliere di rappresentare proprio questa opera viene elencato come primo punto il «dono folgorante per i dialoghi» dell’autrice inglese. Cirillo, infatti, pur riducendo il testo del romanzo agli avvenimenti e ai personaggi più salienti, rimane fedele alle parole della Austen, dando loro vita, corpo, anima. Le grandi battute che hanno reso celebre questo romanzo vengono riportate in scena con tutta l’intensità e il pathos che lo spettatore, o il lettore, può aver immaginato leggendole su carta.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Inoltre – e questo è un altro motivo per cui al regista la Austen risulta tanto cara – emerge anche quel senso di ironia, quello «sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi» che dona una patina di comicità lieve all’esecuzione dei vari dialoghi ma non per questo annulla la profondità dei sentimenti e delle introspezioni tipiche di personaggi come Elizabeth, Darcy, Jane.

Proprio per supportare questa visione disincantata, distante, ironica che la Austen propone nelle sue pagine, Cirillo utilizza la scenografia – progettata da Dario Gessati – a suo vantaggio: lo spazio circostante diventa una chiave di lettura nuova che rende la scena dinamica e multipla. Gli enormi pannelli di legno e materiale trasparente (che diventa, di volta in volta, specchio o finestra), infatti, moltiplicano i punti di vista, rifrangono i colori, lo spazio, permettono il cambio di scena. E, così, soltanto questi pannelli, creano il salotto – e la tenuta in generale – di casa Bennet, i saloni dove avvengono i vari ricevimenti del signor Bingley e di Lady Catherine de Bourgh – interpretata, magistralmente, dallo stesso Cirillo, che veste anche i panni del padre della famiglia Bennet.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

In un mondo animato da danze, canti, colori, come quello portato in scena sul palco, dunque, la sensibilità femminile, ironica, pungente a volte della Austen trova la sua perfetta corrispondenza nella pièce divertente, dinamica ed elastica del giovane regista.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Marianna Scognamiglio

21 Febbraio: Giornata internazionale della lingua madre… e le traduzioni perse.

Le origini

L’ex direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova, in occasione del discorso per la Giornata Internazionale della Lingua Madre nel 2016, ha dichiarato: “Le lingue madri, in un approccio multilinguistico, sono fattori essenziali per la qualità dell’istruzione, che è alla base dell’emancipazione di donne e uomini e delle società in cui vivono”.

Nata con lo scopo di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, la Giornata Internazionale della Lingua Madre fu proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel novembre del 1999 (30C/62), iniziando ad essere celebrata dall’anno seguente. Nel 2007 è stata riconosciuta dall’Assemblea Generale dell’ONU, contemporaneamente alla proclamazione del 2008 come Anno internazionale delle lingue, per promuovere l’unità nella diversità e la comprensione universale attraverso il poliglottismo e il multiculturalismo.

La data – 21 febbraio – intende commemorare il 21 febbraio 1952, giorno in cui alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan.

Riconoscere quindi oggi il fondamentale ruolo vitale che hanno le lingue nel trasmettere un immenso patrimonio culturale ereditario è la chiave per far sì che proprio queste lingue non muoiano; e proprio questa iniziativa se da un lato vede un costante incremento della sensibilità sul problema della tutela delle varie lingue, dall’altro fa sì che si crei una rete di partners e risorse che supportino l’implemento di strategie e politiche a favore della diversità linguistica e del multilinguismo in tutte le parti del mondo.

Un esempio: i giochi linguistici mancati

Nello spirito quindi promosso dall’UNESCO e dall’ONU di voler tutelare le lingue madri, cogliamo l’occasione per mostrarvi come, anche in ambito artistico, questo può avvenire.

La famosa opera di Oscar Wilde, The importance of being Earnest, offre un caso perfetto per dimostrare quanto appena detto.

Un grosso problema di traduzione in italiano viene infatti presentato sin dal titolo: il gioco di parole originario, rispettato nel titolo inglese, fra l’aggettivo “earnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprio “Ernest”, fa sì che questi in inglese abbiano la stessa pronuncia. E proprio su questo gioco di parole si fonda il paradosso fondamentale della commedia: infatti, nell’alta società britannica, non è la persona a contare, non è l’essere, ma l’apparire, lo sforzo d’esser racchiuso in un nome che può rivelarsi quanto mai ingannevole.

Lady Bracknell. My nephew, you seem to be displaying signs of triviality.

Jack. On the contrary, Aunt Augusta, I’ve now realised for the first time in my life the vital importance of being earnest.

Al contrario questo paradosso e questo gioco linguistico viene meno nella traduzione italiana, dove troviamo a volte L’importanza di essere Onesto altre L’importanza di essere Probo, giocando sul fatto che “Onesto” e “Probo” sono anche nomi propri, anche se obsoleti. Spesso invece si salta il gioco di parole usando impropriamente il titolo L’importanza di chiamarsi Ernesto, rinunciando alle doti di “serietà” che la earnestness inglese intende e rinunciando ai giochi di parole contenuti nell’opera.

Lady Bracknell. Nipote mio, sembri dare segni di frivolezza.

Jack. Al contrario, zia Augusta, ho capito per la prima volta in vita mia l’importanza di essere Ernesto / l’importanza di essere onesto.

Una soluzione traduttiva che meglio unisce un senso vicino alla parola earnest ad un nome frequente (e dunque riconoscibile come tale) è quella di rendere il titolo con “L’importanza di essere Franco“.

Altro esempio derivabile dal mondo artistico proviene questa volta dallo scrittore, drammaturgo francese Raymond Queneau, nella sua opera Zazie nel metro.

Anche qui, come nel caso precedente, troviamo infatti dei giochi linguistici che poco rendono nel momento in cui vengono traslati nella nostra lingua. Un esempio per tutti, la parola di apertura del romanzo, Doukipudonktan.

Questa lunga e strana parola altro non è che la trascrizione fonetica della frase francese D’où qu’ils puent donc tant?. La domanda in italiano si tradurrebbe con la frase “Da dove viene così tanta puzza?”, mentre la prima parola del romanzo diventa “Macchiffastapuzza”, perdendo così quel sottile gioco linguistico che invece caratterizza l’originale francese.

CARMEN: la libertà di scegliersi.

L’amour est l’enfant de Bohême / Il n’a jamais, jamais connu de loi / Si tu ne m’aimes pas, je t’aime / Si je t’aime, prends garde à toi!

È quello che canta Carmen in una delle arie più celebri della famosa opéra-comique, Carmen.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

La gitana Carmen è inarrestabile, spregiudicata e passionale; crede fermamente nella sua libertà individuale e in quella di tutti gli esseri umani, non si piega alla legge e, anzi, si può dire che è lei a piegare la legge a sé, fattispecie nelle persone di Zuniga ma soprattutto di Don Josè, uno dei due poli maschili che animeranno il triangolo amoroso basato su gelosia e passioni sul quale poggia l’intera opera.

L’altro polo maschile del triangolo lo si ritrova nella persona del torero Escamillo, anch’egli innamorato di Carmen e il quale suscita una profonda gelosia proprio in Don Josè che, a più riprese, prova a sfidarlo a duello per l’amore della bella e irriverente gitana.

Oltre a rappresentare i due poli maschili, Don Josè ed Escamillo rappresentano anche due personalità totalmente contrapposte: da una parte, infatti, troviamo Don Josè, l’uomo intimamente tormentato tra il suo desiderio – a tratti violento – di possedere Carmen e quello di rimanere fedele alle ultime preghiere di sua madre morente, alla sua posizione in polizia; dall’altra, invece, Escamillo, il toreador, libertino, simbolo di sfrenata libertà e leggerezza.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

I sentimenti mai fermi di Carmen la portano a oscillare tra i due uomini, arrivando a concedersi a entrambi, incurante degli avvertimenti delle carte che ne preannunciano la morte, della minaccia di vendetta dello stesso Don Josè e dell’avvertimento delle stesse amiche quando, ormai giunti all’ultimo atto dell’opera, la avvertono proprio della presenza dell’ex amante.

Carmen gli va incontro. Ed è un incontro che tiene lo spettatore con il fiato sospeso, che non gli permette un momento di distogliere l’attenzione dalla scena, perché, proprio mentre sullo sfondo tutto preannuncia il momento del trionfo di Escamillo, ecco che al centro della scena si consuma il momento più drammatico e più struggente dell’opera. In preda a un attacco di cieca violenza e follia, dopo che Carmen gli getta addosso l’anello simbolo del loro amore, Don Josè la pugnala, uccidendola, e consegnandosi poi ai gendarmi: «Vous pouvez m’arrêter. / C’est moi qui l’ai tuée!/ Ah! Carmen! ma Carmen adorée!».

Una storia all’insegna della libertà di amare e di essere, sempre moderna in questi temi che toccano le corde dello spettatore pur essendo andata in scena nella prima volta nel 1875. E la modernità viene ribadita, in questa rappresentazione, anche dalla produzione stessa dell’opera, per merito di Paul-Émile Fourny. Infatti, nella volontà del registra di proporre uno sguardo contemporaneo, originale, ma pur sempre rispettoso dell’opera, si può notare come già fin dalle prime scene questa emerga: l’opera si apre catapultando lo spettatore al centro di un’indagine poliziesca, con un delitto in un teatro a rubar la scena. E da qui, come in un flashback, si snoda la vicenda: i gitani e i contrabbandieri, personaggi tipici dell’opera originaria, vengono trasformati in una compagna teatrale che deve portare in scena proprio la Carmen di Bizet, intrecciando così realtà e fantasia.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

 «Ho voluto proporre una lettura più contemporanea ma rispettosa dell’opera, evitando la caricatura spagnola per meglio sviluppare la drammaturgia» – spiega Paul-Émile Fourny «L’idea è quella di una messa in scena vicina alle serie televisive poliziesche, e in particolare a quelle che si svolgono negli anni 50-60, perché Carmen è la storia di un crimine, in cui la protagonista è la vittima. Il mio sguardo è femminista, Carmen afferma le sue scelte di vita, sia professionali che personali; con un carattere forte, indurito, deve combattere per rivendicare il suo status di donna libera».

Carmen non è soltanto una contrabbandiera, una zingara, un’attrice o una vittima di un omicidio: Carmen è una donna che diventa il simbolo della fedeltà a se stessi e alle proprie passioni («Libre elle est née / et libre elle mourra!»), della tenace affermazione della propria indipendenza davanti i soprusi mascherati da amore.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

Questi messaggi, inoltre, vengono veicolati al massimo delle loro potenzialità anche grazie all’accompagnamento musicale di Beatrice Venezi, che, nonostante la sua giovanissima età, ha saputo dirigere l’Orchestra Rossini in modo impeccabile, meritandosi tutti gli applausi del pubblico.

La perfetta sinergia che si è creata sul palco tra la direttrice d’orchestra e la mezzosoprana Mireille Lebel, l’interprete di Carmen, è stata la chiave vincente per garantire una lettura modernamente femminista, forte, onesta che ha caratterizzato questa produzione di un classico del teatro lirico, pur nel rispetto della sua immensa grandezza.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

Si ringrazia Fondazione Rete Lirica Marche e il Teatro dell’Aquila di Fermo per l’ospitalità.

Marianna Scognamiglio

Uno sguardo su Pesaro Danza Focus Festival

Domenica 9 febbraio si è tenuta a Pesaro la rassegna Pesaro Danza Focus Festival. Quattro performance, ognuna incastonata in uno scenario diverso ed ognuna portavoce di un diverso modo di intendere la danza e lo studio del corpo.

Il primo appuntamento è nel salone nobile di Palazzo Gradari con Save the Last Dance for Me di Alessandro Sciarroni. Il vuoto al centro della sala viene subito colmato da un improvviso rimbombo che sembra voler invadere lo spazio dentro e fuori lo spettatore e accompagna l’ingresso dei due danzatori Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini. Come ragazzi innamorati si affacciano alla porta e camminano verso il centro, tenendosi per mano, con soffice eleganza, quasi con ingenuità. La loro danza è un rapido vorticare e roteare, si sente il frusciare delle scarpe sul pavimento mentre al suono iniziale si sovrappone un rombo crescente. Sciarroni vuole ridare vita ad una danza tipica della tradizione bolognese dei primi del ‘900, la polka chinata, ma si sbarazza dei ritmi tradizionali sostituendoli con i suoni della musica di Aurora Bauzà e Pere Jou. Suggestivo il contrasto fra le gestualità dei danzatori, che richiedono grande destrezza ed un importante sforzo fisico, e l’atmosferica onirica, quasi ipnotica evocata dalla musica. Le movenze della coppia racchiudono in sé gli elementi del femminile e del maschile. C’è forza nel loro girare vorticoso, aggrappati l’uno all’altro in un abbraccio che denota massima tensione muscolare, e c’è delicatezza nel loro reciproco inseguirsi ed accompagnarsi. Mentre si lasciano andare alla danza gli sguardi dei due danzatori si fanno meno seri, si staccano dal fissare un punto nel vuoto per incontrasi e sorridersi, e ci rivelano che il vero senso di questa performance è implicito nella sua natura giocosa.

È una sensazione così banale eppure così rinfrescante osservare due persone che sanno giocare con i propri corpi e si divertono. Mentre la musica si affievolisce si fa più forte il rumore dei loro respiri affannati. Escono, come erano entrati, con grande eleganza, mano nella mano.

Save the Last Dance for Me – Foto di Claudia Borgia e Chiara Bruschini

Il secondo spettacolo si svolge al Teatro Rossini. Si tratta di Metamorphosis di Virgilio Sieni. Il sipario si apre su uno scenario fiabesco. Strati di teli bianchi, semitrasparenti pendono dal soffitto e si perdono nella profondità del palcoscenico. Fra questi teli si inscena un gioco di ombre, i danzatori sono figure senza una fisicità definita, a tratti riemergono da questa nebbia di teli bianchi per esibirsi sul proscenio, a tratti i loro contorni svaniscono nella distanza. L’impatto è assolutamente cinematografico. Sieni si rifà alle Metamorfosi di Ovidio, alla concezione del mondo lucreziana, alla leggerezza descritta da Calvino nelle Lezioni Americane. L’intera performance si presenta come uno studio sull’infinito nella sua concezione fisico-spaziale ma anche esistenziale. La musica, di Arvo Pärt , dalle tonalità angoscianti ci ricorda che stiamo assistendo ad un processo che indaga l’origine della vita, e si affaccia a questo mistero come ad un abisso imperscrutabile. I riferimenti al mondo animale sono fin troppo espliciti, ombre di cervi, alci e licaoni compaiono dietro i veli e i danzatori interagiscono con queste forme fino ad esserne inglobati. I loro corpi mostrano la fragilità e la precarietà di creature colte in un processo di trasformazione, si muovono in uno spazio etereo, avvolto in una luce soffusa e privo di gravità, come atomi persi nelle profondità dell’oceano o dell’universo. Sono emblema della materia pura, disumanizzati perché appartenenti ad uno stadio che precede l’umanità e la coscienza, e forse è proprio questa primordialità che, insieme ad un senso di unione con il tutto, risveglia il nostro timore di fronte a qualcosa di profondamente irrazionale. Ma se il corpo umano è celebrazione di una vita che lentamente si risveglia, l’immagine finale ci ricorda che la vita nella sua necessità di trasformarsi e di esistere in un costante divenire è anche dolore e trauma: è il profilo di un angelo che cerca di protrarsi in avanti per spiccare il volo ma rimane ancorato a terra, leggerissimo, eppure sconfitto dalla pesantezza.

Metamorphosis – Foto di Andrea Macchia
Metamorphosis – Foto di Andrea Macchia

L’ultimo spettacolo a cui assisto si tiene all’interno del Teatro Sperimentale. Il titolo Aerea riflette le ambiguità contenute nella performance. Da una parte evoca la leggerezza del tessuto della bandiera che solo nell’aria trova il modo di manifestarsi a pieno, dall’altra ci suggerisce che persino qualcosa di tanto bello può essere distorto fino ad assumere simbologie distruttive. Sulla scena i due danzatori Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi vestono abiti militari e tengono sulla spalla una bandiera dal colore grigiastro -lo stesso colore dei vestiti che indossano- che sarà il fulcro dell’intera performance. Il loro aspetto è austero. È il culto dell’esattezza del gesto, i movimenti sono ripetuti in serie, quasi meccanizzati, eseguiti con una precisione sconcertante. I performer eseguono i loro ruoli in una perfetta simmetria, mettono in scena un mondo in cui il libero arbitrio è stato soppiantato dal fanatismo, tanto che il movimento sembra cadere nel suo opposto e diventare un simbolo di costrizione. Eppure ogni gesto, per quanto geometrico, scivola naturalmente dai loro corpi come in una pellicola riprodotta a rallentatore. La bandiera assume durante la performance diversi significati, diviene telo funebre da cui i danzatori si rialzano come zombie, arma per sferrare colpi o bozzoli in cui rifugiarsi. La musica che li accompagna nella parte iniziale, composta da Demetrio Castellucci, è un mitragliare cadenzato in costante crescendo che, raggiunto il suo climax, si quieta per poi ricominciare. E questa mitraglia non può che ricordarmi il battito di un cuore, quasi a suggerire quanto paradossalmente la vita e la morte condividano i suoni che le determinano.

Aerea – Foto di Gianluca di Ioia
Aerea – Foto di Gianluca di Ioia

Si ringrazia AMAT per l’ospitalità

Alessandra Pennesi

PROGETTO CONTAMINARTI: Il nuovo team di AMAT

Da sinistra: Matteo, Sara e Daniele.

Matteo, 25 anni (tra qualche mese 26). Decide di prendere parte al Servizio Civile Universale perché pensa sia piacevole rendersi utile per la Patria e molto importante mettersi in gioco. Nonostante gli studi di ingegneria meccanica, trova che prendere parte ad un progetto inerente lo spettacolo dal vivo e la promozione culturale sia molto stimolante e, inoltre, che permette di ampliare i propri orizzonti.

Sara, nata nel 1993, dopo una triennale in Tecniche di Laboratorio Biomedico, capisce che in realtà vuole fare delle sue passioni il proprio lavoro; si iscrive così al Conservatorio di Fermo e consegue il Biennio in Pianoforte. Sin da piccola suona, balla, canta e recita – “quando sono dentro un teatro mi sento davvero a casa”, dice – ed insegue il sogno wagneriano dell’ “arte monumentale”. “Ritengo che per fare spettacolo bisogna conoscerne tutti gli aspetti” afferma “AMAT mi sta dando proprio questo: la possibilità di conoscere ciò che c’è dietro le luci del palco”. 

Daniele, nato nel 1995, è laureato in Archeologia e lettere classiche all’Università degli studi di Urbino, ed è attualmente iscritto alla laurea magistrale in Storia dell’arte sempre a Urbino. Durante il suo secondo anno di università scopre il mondo del teatro, grazie prima ai laboratori di traduzione interculturale e poi ai corsi di teatro tenuti dal Centro Teatrale Universitario. Grazie al CTU scopre quanto sia bello stare sul palco, ma anche dietro, ad organizzare eventi e a far conoscere gli spettacoli ai ragazzi delle scuole. Probabilmente è questo che lo ha spinto a fare il servizio civile con AMAT, perché il suo sentimento per il teatro è un amore viscerale, che rende ormai impossibile distaccarsi l’uno dall’altro.

PROGETTO CONTAMINARTI: le nuove volontarie di Sineglossa

Da sinistra a destra: Cristina, Cecilia, Francesca

Cecilia, 28 anni, laureata magistrale in Marketing alla facoltà di Economia di Ancona, ha deciso l’anno scorso di provare ad entrare nel mondo della cultura, assecondando la sua grande passione per l’arte.
Frequenta quindi il master “cultural heritage management” all’Istao, da qui la voglia di intraprendere una nuova strada, quella della comunicazione in ambito culturale, entrando in contatto con Sineglossa, una realtà giovane, vivace, in grado di promuovere la cultura e l’arte attraverso progetti affascinanti e innovativi.
Dice di aver trovato finalmente l’opportunità di mettersi alla prova e di fare ciò che le piace.

Francesca, 27 anni, laureata in Management dei beni culturali. È cresciuta osservando in casa i quadri del nonno pittore, ed anche se non l’ha mai conosciuto, crede che sia stato proprio lui a passarle il testimone della passione per l’arte. Convinta di questo e innamorata delle Marche, impronta tutta la sua carriera formativa sul voler un giorno fare diventare la sua passione il suo lavoro. Accetta ora la sfida del servizio civile ed entra in Sineglossa, convinta che sia lo specchio reale di come sta evolvendosi ora il mondo dell’arte e della cultura.

Cristina, classe ’94, dopo una laurea in “Progettazione e gestione di eventi e imprese dell’arte e dello spettacolo”, un master e un corso di formazione, non ha ancora ben chiaro cosa vuole fare “da grande”. Nel
frattempo si dedica alle sue passioni: i libri, il teatro, l’arte in tutte le sue forme e lo sport.
Svolgere il servizio civile da Sineglossa “mi permette di mettermi in gioco e di sperimentarmi in una realtà dinamica e innovativa, che fa degli interventi creativi e della contaminazione il suo punto forte,
permettendomi così di trasportare le mie passioni in ambiente lavorativo”.

PROGETTO CONTAMINARTI: un nuovo team per il Consorzio Marche Spettacolo

È da poco partito ContaminArti, il nuovo progetto del Servizio Civile Universale, all’insegna della promozione del patrimonio artistico-culturale della regione Marche. Come negli anni passati, anche quest’anno diversi ragazzi e ragazze sono stati scelti per collaborare con CONSORZIO MARCHE SPETTACOLO, AMAT e SINEGLOSSA.

Vi presentiamo la squadra del CMS, che quest’anno è formata da Marco, Marianna, Ilaria e Alessandra.

Da in alto a sinistra, in senso orario: Marco, Alessandra, Ilaria e Marianna

Marco, classe 1994, è uno studente di Economia e Management ad Ancona; ha una passione per la musica – qualsiasi genere, «l’importante è che sia sconosciuta». Suona, scrive e balla nel tempo libero anche se fa tutte e tre le cose relativamente male ma non è importante in quanto lo rendono felice. Ha deciso di intraprendere questa strada perché «mi permette di avvicinarmi all’ambito musicale e culturale da un punto di vista lavorativo, facendo parte di quell’ossigeno necessario alla vita umana che è la cultura».

Marianna, nata nel 1995, dopo una maturità scientifica, ha conseguito la laurea in Italianistica, Culture Letterarie Europee e Scienze Linguistiche.
Tra le sue passioni più grandi rientrano la lettura, la scrittura, l’arte, più generalmente la cultura. «Non dico che la cultura possa salvare il mondo, ma sicuramente aiuta l’uomo a migliorarsi» è il suo motto, ed è anche il motivo per cui ha scelto questo progetto: promuovere la cultura, sperando arrivi a migliorare l’uomo.

Ilaria, quasi 25 anni, ha frequentato l’università nei Paesi Bassi, laureandosi in International Tourism Management. In quegli anni, mentre i piedi si trovavano in suolo estero, la mente riscopriva il fascino delle proprie origini. «Tornando, mi son trovata a guardare le Marche con gli occhi di un estraneo. E mi hanno riconquistata.» afferma «Il Consorzio Marche Spettacolo mi dà la possibilità di conciliare l’esperienza in campo turistico con la conoscenza della regione Marche, e la voglia di comunicarne la bellezza al mondo».

Alessandra, ancora 24enne, a 14 anni scopre l’amore per il teatro, vuole fare l’attrice e girare il mondo. A 19 scopre l’entusiasmo per l’acrobatica, vuole scappare con il circo e girare il mondo. Invece abbandona tutto, si iscrive all’università e fugge in Irlanda. Ora, dopo la laurea, il desiderio di ritrovare le sue passioni la riporta a casa e attraverso il Consorzio Marche Spettacolo trova finalmente l’opportunità di conoscere e far conoscere il mondo dello spettacolo dal vivo nella sua regione.

E quindi, non ci resta che augurare loro il meglio e fargli un grandissimo in bocca al lupo per questa esperienza!