Uno sguardo su Pesaro Danza Focus Festival

Domenica 9 febbraio si è tenuta a Pesaro la rassegna Pesaro Danza Focus Festival. Quattro performance, ognuna incastonata in uno scenario diverso ed ognuna portavoce di un diverso modo di intendere la danza e lo studio del corpo.

Il primo appuntamento è nel salone nobile di Palazzo Gradari con Save the Last Dance for Me di Alessandro Sciarroni. Il vuoto al centro della sala viene subito colmato da un improvviso rimbombo che sembra voler invadere lo spazio dentro e fuori lo spettatore e accompagna l’ingresso dei due danzatori Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini. Come ragazzi innamorati si affacciano alla porta e camminano verso il centro, tenendosi per mano, con soffice eleganza, quasi con ingenuità. La loro danza è un rapido vorticare e roteare, si sente il frusciare delle scarpe sul pavimento mentre al suono iniziale si sovrappone un rombo crescente. Sciarroni vuole ridare vita ad una danza tipica della tradizione bolognese dei primi del ‘900, la polka chinata, ma si sbarazza dei ritmi tradizionali sostituendoli con i suoni della musica di Aurora Bauzà e Pere Jou. Suggestivo il contrasto fra le gestualità dei danzatori, che richiedono grande destrezza ed un importante sforzo fisico, e l’atmosfera onirica, quasi ipnotica evocata dalla musica. Le movenze della coppia racchiudono in sé gli elementi del femminile e del maschile. C’è forza nel loro girare vorticoso, aggrappati l’uno all’altro in un abbraccio che denota massima tensione muscolare, e c’è delicatezza nel loro reciproco inseguirsi ed accompagnarsi. Mentre si lasciano andare alla danza gli sguardi dei due danzatori si fanno meno seri, si staccano dal fissare un punto nel vuoto per incontrasi e sorridersi, e ci rivelano che il vero senso di questa performance è implicito nella sua natura giocosa.

È una sensazione così banale eppure così rinfrescante osservare due persone che sanno giocare con i propri corpi e si divertono. Mentre la musica si affievolisce si fa più forte il rumore dei loro respiri affannati. Escono, come erano entrati, con grande eleganza, mano nella mano.

Save the Last Dance for Me – Foto di Claudia Borgia e Chiara Bruschini

Il secondo spettacolo si svolge al Teatro Rossini. Si tratta di Metamorphosis di Virgilio Sieni. Il sipario si apre su uno scenario fiabesco. Strati di teli bianchi, semitrasparenti pendono dal soffitto e si perdono nella profondità del palcoscenico. Fra questi teli si inscena un gioco di ombre, i danzatori sono figure senza una fisicità definita, a tratti riemergono da questa nebbia di teli bianchi per esibirsi sul proscenio, a tratti i loro contorni svaniscono nella distanza. L’impatto è assolutamente cinematografico. Sieni si rifà alle Metamorfosi di Ovidio, alla concezione del mondo lucreziana, alla leggerezza descritta da Calvino nelle Lezioni Americane. L’intera performance si presenta come uno studio sull’infinito nella sua concezione fisico-spaziale ma anche esistenziale. La musica, di Arvo Pärt , dalle tonalità angoscianti ci ricorda che stiamo assistendo ad un processo che indaga l’origine della vita, e si affaccia a questo mistero come ad un abisso imperscrutabile. I riferimenti al mondo animale sono fin troppo espliciti, ombre di cervi, alci e licaoni compaiono dietro i veli e i danzatori interagiscono con queste forme fino ad esserne inglobati. I loro corpi mostrano la fragilità e la precarietà di creature colte in un processo di trasformazione, si muovono in uno spazio etereo, avvolto in una luce soffusa e privo di gravità, come atomi persi nelle profondità dell’oceano o dell’universo. Sono emblema della materia pura, disumanizzati perché appartenenti ad uno stadio che precede l’umanità e la coscienza, e forse è proprio questa primordialità che, insieme ad un senso di unione con il tutto, risveglia il nostro timore di fronte a qualcosa di profondamente irrazionale. Ma se il corpo umano è celebrazione di una vita che lentamente si risveglia, l’immagine finale ci ricorda che la vita nella sua necessità di trasformarsi e di esistere in un costante divenire è anche dolore e trauma: è il profilo di un angelo che cerca di protrarsi in avanti per spiccare il volo ma rimane ancorato a terra, leggerissimo, eppure sconfitto dalla pesantezza.

Metamorphosis – Foto di Andrea Macchia
Metamorphosis – Foto di Andrea Macchia

L’ultimo spettacolo a cui assisto si tiene all’interno del Teatro Sperimentale. Il titolo Aerea riflette le ambiguità contenute nella performance. Da una parte evoca la leggerezza del tessuto della bandiera che solo nell’aria trova il modo di manifestarsi a pieno, dall’altra ci suggerisce che persino qualcosa di tanto bello può essere distorto fino ad assumere simbologie distruttive. Sulla scena i due danzatori Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi vestono abiti militari e tengono sulla spalla una bandiera dal colore grigiastro -lo stesso colore dei vestiti che indossano- che sarà il fulcro dell’intera performance. Il loro aspetto è austero. È il culto dell’esattezza del gesto, i movimenti sono ripetuti in serie, quasi meccanizzati, eseguiti con una precisione sconcertante. I performer eseguono i loro ruoli in una perfetta simmetria, mettono in scena un mondo in cui il libero arbitrio è stato soppiantato dal fanatismo, tanto che il movimento sembra cadere nel suo opposto e diventare un simbolo di costrizione. Eppure ogni gesto, per quanto geometrico, scivola naturalmente dai loro corpi come in una pellicola riprodotta a rallentatore. La bandiera assume durante la performance diversi significati, diviene telo funebre da cui i danzatori si rialzano come zombie, arma per sferrare colpi o bozzoli in cui rifugiarsi. La musica che li accompagna nella parte iniziale, composta da Demetrio Castellucci, è un mitragliare cadenzato in costante crescendo che, raggiunto il suo climax, si quieta per poi ricominciare. E questa mitraglia non può che ricordarmi il battito di un cuore, quasi a suggerire quanto paradossalmente la vita e la morte condividano i suoni che le determinano.

Aerea – Foto di Gianluca di Ioia
Aerea – Foto di Gianluca di Ioia

Si ringrazia AMAT per l’ospitalità

Alessandra Pennesi

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