21 Febbraio: Giornata internazionale della lingua madre… e le traduzioni perse.

Le origini

L’ex direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova, in occasione del discorso per la Giornata Internazionale della Lingua Madre nel 2016, ha dichiarato: “Le lingue madri, in un approccio multilinguistico, sono fattori essenziali per la qualità dell’istruzione, che è alla base dell’emancipazione di donne e uomini e delle società in cui vivono”.

Nata con lo scopo di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, la Giornata Internazionale della Lingua Madre fu proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel novembre del 1999 (30C/62), iniziando ad essere celebrata dall’anno seguente. Nel 2007 è stata riconosciuta dall’Assemblea Generale dell’ONU, contemporaneamente alla proclamazione del 2008 come Anno internazionale delle lingue, per promuovere l’unità nella diversità e la comprensione universale attraverso il poliglottismo e il multiculturalismo.

La data – 21 febbraio – intende commemorare il 21 febbraio 1952, giorno in cui alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan.

Riconoscere quindi oggi il fondamentale ruolo vitale che hanno le lingue nel trasmettere un immenso patrimonio culturale ereditario è la chiave per far sì che proprio queste lingue non muoiano; e proprio questa iniziativa se da un lato vede un costante incremento della sensibilità sul problema della tutela delle varie lingue, dall’altro fa sì che si crei una rete di partners e risorse che supportino l’implemento di strategie e politiche a favore della diversità linguistica e del multilinguismo in tutte le parti del mondo.

Un esempio: i giochi linguistici mancati

Nello spirito quindi promosso dall’UNESCO e dall’ONU di voler tutelare le lingue madri, cogliamo l’occasione per mostrarvi come, anche in ambito artistico, questo può avvenire.

La famosa opera di Oscar Wilde, The importance of being Earnest, offre un caso perfetto per dimostrare quanto appena detto.

Un grosso problema di traduzione in italiano viene infatti presentato sin dal titolo: il gioco di parole originario, rispettato nel titolo inglese, fra l’aggettivo “earnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprio “Ernest”, fa sì che questi in inglese abbiano la stessa pronuncia. E proprio su questo gioco di parole si fonda il paradosso fondamentale della commedia: infatti, nell’alta società britannica, non è la persona a contare, non è l’essere, ma l’apparire, lo sforzo d’esser racchiuso in un nome che può rivelarsi quanto mai ingannevole.

Lady Bracknell. My nephew, you seem to be displaying signs of triviality.

Jack. On the contrary, Aunt Augusta, I’ve now realised for the first time in my life the vital importance of being earnest.

Al contrario questo paradosso e questo gioco linguistico viene meno nella traduzione italiana, dove troviamo a volte L’importanza di essere Onesto altre L’importanza di essere Probo, giocando sul fatto che “Onesto” e “Probo” sono anche nomi propri, anche se obsoleti. Spesso invece si salta il gioco di parole usando impropriamente il titolo L’importanza di chiamarsi Ernesto, rinunciando alle doti di “serietà” che la earnestness inglese intende e rinunciando ai giochi di parole contenuti nell’opera.

Lady Bracknell. Nipote mio, sembri dare segni di frivolezza.

Jack. Al contrario, zia Augusta, ho capito per la prima volta in vita mia l’importanza di essere Ernesto / l’importanza di essere onesto.

Una soluzione traduttiva che meglio unisce un senso vicino alla parola earnest ad un nome frequente (e dunque riconoscibile come tale) è quella di rendere il titolo con “L’importanza di essere Franco“.

Altro esempio derivabile dal mondo artistico proviene questa volta dallo scrittore, drammaturgo francese Raymond Queneau, nella sua opera Zazie nel metro.

Anche qui, come nel caso precedente, troviamo infatti dei giochi linguistici che poco rendono nel momento in cui vengono traslati nella nostra lingua. Un esempio per tutti, la parola di apertura del romanzo, Doukipudonktan.

Questa lunga e strana parola altro non è che la trascrizione fonetica della frase francese D’où qu’ils puent donc tant?. La domanda in italiano si tradurrebbe con la frase “Da dove viene così tanta puzza?”, mentre la prima parola del romanzo diventa “Macchiffastapuzza”, perdendo così quel sottile gioco linguistico che invece caratterizza l’originale francese.

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