Impressioni su “Theatre on a Line”

Sabato scorso ho avuto la mia prima esperienza di teatro digitale, anzi, al telefono. Si trattava dello spettacolo “Theatre on a line” della compagnia Cuocolo/Bosetti, entrata a far parte della rassegna NOW / EVERYWHERE teatro musica & danza possibili (adesso) a cura di AMAT.
Il mio appuntamento è per le 18.00, chiamo un numero che mi è stato mandato per messaggio. Una voce profonda di donna risponde e la sua prima domanda è “Ci conosciamo?” “No…cioè…non ancora…”. Nei primi minuti si cerca di stabilire un contatto umano fra di noi, di aprire una strada ancora inesistente. Mi chiede dove mi trovo e cosa vedo intorno a me, così da creare dei riferimenti visivi e dare a questa conversazione una sorta di collocazione fisica, anche se impercettibile.
“Sei sola?”… credevo di sì ma ora sono al telefono con qualcuno… perciò non lo sono più… non è questo il senso di questa telefonata? creare momenti di condivisa solitudine…

Roberta Bosetti – Theatre on a Line

Non poter vedere la mia interlocutrice apre infiniti mondi interpretativi. È una donna matura, ma non anziana, mi chiedo quale sia il suo personaggio, se ce ne sia effettivamente uno o se non stia semplicemente interpretando se stessa o una parte di sé. La sua voce tradisce una certa sofferenza, a volte sento quasi il bisogno di consolarla, mi parla della solitudine, della paura. Cerco di essere spontanea ma la spontaneità non mi riesce, mentre lei mi parla la mia mente divaga sulla preoccupazione di non fare passi falsi: mi chiedo se interromperla come avrei fatto con un’amica o se lasciarla parlare liberamente per non compromettere l’intera performance. Mi rendo conto a chiamata terminata che avrei voluto farle delle domande ma che ero troppo impacciata per lanciarmi in questo tentativo di intromissione, non avrei saputo a chi rivolgermi, se al “lei” personaggio o al “lei” persona e questo mi ha frenata. Nel frangente di uno spettacolo al telefono non ci sono più norme standard di comportamento da seguire, ci viene chiesto di essere qualcosa di più di semplici spettatori ed io mi rendo conto di non sapere come si fa.

“Vuoi raccontarmi qualcosa?” È a questo punto che il mio ruolo viene messo in drammatica discussione. Come può la mia realtà di spettatrice entrare all’interno di uno spettacolo “teatrale”? Cosa posso raccontare di me che abbia un qualche significato per una persona che non sia io? Queste domande mi costringono a riflettere sulla difficoltà di astrarre dalla particolarità della vita di un individuo dei significati o dei valori che parlino ad una moltitudine… mi rendo conto che l’arte di raccontare storie è davvero un’arte, ed una estremamente articolata.

Roberta Bosetti – Theatre on a Line

Ci sono dei silenzi che ogni tanto si frappongono fra me e lei, potrei riempirli in qualche modo ma sarebbe una forzatura, forse devo solo attendere che sia lei a svelarsi lentamente e a rendermi partecipe di qualche sua verità. Da una parte temo di trasformare questa esperienza in una seduta di psicoterapia al telefono – si sa che sono proprio gli sconosciuti le persone a cui ci si rivela più facilmente perché non hanno i mezzi per giudicarci – dall’altro non riesco ad essere completamente a mio agio. A volte c’è imbarazzo, a volte sento chiaramente che quei silenzi sono necessari a creare quella suspence che le permetterà di proseguire il suo discorso in un crescendo di idee e di pathos. Mi racconta un sogno, mi parla delle sue sensazioni, riflette sul senso meta-teatrale di ciò che sta accadendo in questo momento fra noi due.

Mentre la ascolto sono affascinata dalle sue capacità espressive, ma ho il pensiero costante che nessuno al telefono mi ha mai parlato in modo così forbito e strutturato. Non ci sono le mille incertezze ed interruzioni che popolano le vere conversazioni, non ci sono gli infiniti “mmmh”, “aaaah”, “infatti” che animano le discussioni reali, e la loro mancanza è piuttosto evidente e un po’ mi rattrista. La finzione di tutto ciò che sta accadendo mi si palesa nell’esattezza dei tempi teatrali, della proprietà di linguaggio e dell’enfasi ricercata con cui lei mi parla. Mancano le crepe nella voce e nei pensieri, per quanto ci sia il tentativo di creare un senso di verosimiglianza attraverso riferimenti alla realtà esterna: “Ti dispiace se mi vesto mentre parliamo?”…”Hai sentito anche tu quel rumore?”. Se il suo personaggio è finto, allora lo è anche la nostra “connessione”? A teatro non interessa a nessuno che i personaggi siano fittizi purché siano reali per noi, per la nostra sensibilità, ma adesso il problema della finzione mi si pone sotto una luce diversa perché adesso sono coinvolta in prima persona, ed io rappresento me stessa. Penso alla mia interlocutrice come professionista, chissà se utilizza lo stesso repertorio per ogni telefonata, mi domando se non abbia un pozzo di monologhi da cui attingere adatti ad ogni personalità, ad ogni tipologia di spettatore.

Roberta Bosetti – Roberta torna a casa

Dopo venti minuti il suo racconto si interrompe, tempo forse troppo breve per creare un vero senso di condivisone o una parvenza di intimità fra due persone, mi saluta mestamente e chiude la telefonata.
Sono stata senza dubbio una spettatrice acerba, non avvezza all’essere trascinata al centro del palco, anche se solo metaforicamente. Credo di appartenere a quella categoria di pubblico che ancora deve fare i conti con i dos and don’ts di questo tipo di performance e soprattutto con la maggiore libertà che gli viene accreditata per portare se stesso all’interno dello spettacolo. Ma la realtà è che preferisco ancora la vecchia poltrona di un teatro, starmene seduta lì nella penombra, in una sorta di anonimato rassicurante, a perdermi liberamente nei miei pensieri.

Si ringrazia AMAT per le foto

Alessandra Pennesi

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