Zona Rossa: un progetto che scuote e ricrea

Do you remember your home? Do you remember who you were before?

È la domanda insistente, ripetuta da una voce inglese graffiata dalla ricezione, a Eleonora Greco, assoluta protagonista di Zona Rossa, lo spettacolo frutto della Residenza della compagnia Cornelia, tenutasi a Villa Nappi (Polverigi, AN) dal 14 al 28 ottobre 2020.

Nel buio assoluto della stanza, questa voce sorpresa, pacata, sembra stridere con il rumore dei tacchi che battono sul suolo: tac, tac, tac…
La voce arriva da una conversazione telefonica, avvenuta dopo un evento traumatico, e l’ingenuità nelle parole stupite dalla non scontatezza della rinascita nasconde una verità a volte difficile da accettare: ci vuole tempo.

L’evento non viene mai nominato durante la performance, ma riesci a vederlo. Ha una tuta da lavoro nera e i tacchi a spillo rossi. Unico sprazzo di colore nel buio che ti avvolge. Lo senti sospirare, ticchettare, ansimare, tremare, battere, esplodere. E rompere, fino a lasciare nient’altro che cocci attorno.

Forse solo chi ha vissuto il terremoto può veramente capire cosa si prova, ma Eleonora Greco ce lo mostra danzando, con movimenti ritmati e spezzati, a imitare il tremore e la frammentazione di quegli attimi che sembrano eterni. Questo spettacolo, però, non racconta il terremoto nella sua immagine di dolore permanente, ma vuole proporne un’analisi fisico-emotiva, attraversando le varie sensazioni che animano il tuo corpo in quei minuti: dalla spensieratezza alla paura, dalla disperazione alla rabbia, dalla tristezza alla rassegnazione.

Eleonora Greco in “Zona Rossa”


La scena è semplicissima: una stanza dal pavimento scuro, al buio, un solo occhio di bue che segue i movimenti dell’unica artista presente sulla scena. Apre lo spettacolo tenendo in mano un vaso con una pianta verde e muovendosi libera, a ritmo di una rivisitazione del tradizionale
“saltarello marchigiano”. La musica aleggia spensierata. Poi va incupendosi. Così come il suo viso, dove il sorriso lascia spazio a un’espressione di timore guardingo. L’aria si addensa, lei sospira, corre… poi scompare. 
Spuntano delle scarpe col tacco rosse. 
La donna terremoto, selvaggia e inarrestabile, si fa spazio nella stanza. Il ritmo di tamburi segue i suoi passi caotici, mentre lei recupera la pianta. La trascina con sé. Allunga un telo rosso, ci appoggia la pianta. E poi succede tutto in un attimo. Si volta. Prende il martello. Rompe il vaso. 
Epicentro. 
Zona Rossa.

Eleonora Greco in “Zona Rossa”


La danzatrice parlerà solo tre volte all’interno dello spettacolo.

La prima, quando l’irruenza del terremoto torna a spaventare. Un “Mà, l’hai sentitu?” squarcia la scena come un piccolo sussulto di realtà.
La seconda volta è Maccario a parlare, un contadino della campagna maceratese. “Ciao, sono Maccario e ho…”, seguito da un elenco di animali di sua proprietà che va sempre più dimezzandosi. Improvvisamente, grazie alla mimica e alla recitazione di Eleonora Greco, lo spettatore avverte tutta l’angosciante consapevolezza di Maccario. L’assoluta perdita dei tuoi
oggetti più cari, di tutto quello che ti ha permesso di vivere fino a quel momento.
Ma l’ultima volta, è proprio Eleonora Greco a parlare. Non sta più interpretando nessuno: ora sono i suoi ricordi in scena. E i suoi ricordi, come racconta con la voce spezzata e gli occhi accesi, lentamente, con l’inesorabile passare del tempo, scompaiono. E scomparendo loro, scompare anche lei. 

Zona Rossa è un dolore personale trasformato in qualcosa di universale, in cui chiunque può immedesimarsi e che, attraverso frammenti di voci e di movimento, vuole restituire la sensazione del tremore, della paura, ma anche della rinascita. È quella frase finale – “sono una pianta sradicata messa in un vaso di plastica” – che risuona a distanza di tempo ancora nelle nostre orecchie perché, come le piante, affondiamo le radici nelle nostre terre e a queste ci leghiamo e ancora di più dopo eventi traumatici, come ha ribadito Eleonora Greco a fine performance. 


Rimettersi in piedi è l’impresa più ardua, gli equilibri sono spariti e ora ci si fa spazio dove si può, per sorreggere qualcosa di instabile. Qualcosa che è lì a rammendare alla meglio i bisogni fisici, ma che è ben lontano da riparare il danno emotivo subito. Ma, anche con tutte le amarezze e con tutta la consapevolezza possibile, dai dolori più grandi ci si può rialzare, con la speranza di un futuro migliore.

Si ringrazia Inteatro per l’accoglienza.

Ilaria Ciaroni
Marianna Scognamiglio

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