L’arte può essere per tutti? Tre idee per dire di sì

Alcune settimane fa, sulla scia di un corso di formazione in marketing culturale che stavamo concludendo, noi ragazzi del servizio civile ci siamo ritrovati a discutere di una questione piuttosto delicata. Prendendo ad esempio una ipotetica mostra di arte contemporanea ci siamo chiesti quali fossero i linguaggi e i canali più adatti per promuovere un evento generalmente percepito come ostico da chi non è interno al settore e a cosa sia dovuta l’aura di inaccessibilità che circonda alcune offerte culturali. Queste sono ovviamente domande complesse a cui è possibile azzardare una risposta solo a seguito di studi e ricerche approfondite e specifiche; ma per ora il nostro intento è solo quello di modellare uno spunto di riflessione da utilizzare per volgere l’attenzione ad un aspetto della cultura particolarmente complicato.

Al termine della nostra discussione siamo giunti alla conclusione che la necessità di individuare e segmentizzare un pubblico di riferimento e l’ideale di apertura sociale assoluta della cultura non sono necessariamente realtà incompatibili. Pur dovendo rispondere alle leggi del marketing con tutte le preoccupazioni metodologiche che ne conseguono, gli enti culturali ricoprono naturalmente una funzione sociale, poiché è all’interno di una comunità che operano, ed è ad una comunità che si rivolgono. Se quindi il fondamento ideologico di un ente culturale è quello di inserirsi nel tessuto sociale di un luogo per migliorare la qualità della vita delle persone che lo abitano, ne consegue che la promozione degli eventi deve prescindere dal fatto che per ogni spettacolo esista già un pubblico definito e a sé stante, o perlomeno, deve prefissarsi di valicare quei confini così da raggiungere un pubblico sempre più vario e ancor di più, formarlo ad accogliere le proprie offerte.

Di seguito voglio quindi riportare alcuni progetti di formazione e iniziative che, in modi diversi, sanno o hanno saputo creare spazi di confronto e di coinvolgimento attivo dedicati principalmente ad un pubblico adulto, perché è importante che le passioni o gli interessi possano essere scoperti ad ogni età.

Nella fase di indagine iniziale per questo articolo è così emerso che la nostra ipotetica mostra d’arte contemporanea non è poi così ipotetica. Dal 28 ottobre 2016 al 7 maggio 2017 è stato possibile visitare alla Mole Vanvitelliana una mostra che ha voluto proporre soluzioni creative per accorciare le distanze fra pubblico e arte contemporanea. Hecce Homo, patrocinata dal Comune di Ancona e dalla Fondazione Cariverona e curata da Flavio Arensi, è stata una mostra interamente dedicata alla scultura italiana dal dopoguerra al giorno d’oggi ma, ispirandosi a modelli di fruizione della cultura nordeuropei, non ha voluto essere una semplice e asettica esposizione di artefatti. La responsabile della comunicazione e promozione Annaclara Di Biase ha infatti ideato una serie di workshop e percorsi off mirati a coinvolgere un pubblico non esperto facendo sì che l’estraneità dei contenuti della mostra fosse mediata da elementi di familiarità prelevati dalla vita quotidiana. Così sono nate iniziative come le “Visite guidate alla pari” in cui persone più o meno note della città di Ancona si sono prestate al ruolo di guide museali; in questo modo è stato possibile smantellare la relazione asimmetrica fra visitatore e detentore del sapere e rendere l’esperienza della visita non solo maggiormente fruibile ma anche più piacevole. Ciò che infatti astiene la maggior parte del pubblico dal visitare una mostra d’arte è la consapevolezza implicita che “non fa per me”, ed è proprio questa mentalità radicata che la prof.ssa Di Biase ha cercato di intaccare e di smussare con i suoi interventi. Fra le guide scelte vi erano artigiani del centro storico e professionalità assolutamente estranee al mondo dell’arte come l’operaio, il marinaio, il sindacalista della Fincantieri, l’istruttore di palestra. Queste persone hanno tutte seguito una formazione teorica sui contenuti della mostra ma il loro compito è stato poi quello di reinterpretarli in modo originale, assecondando la propria soggettività e creando connessioni con i propri ambiti di competenza.

Visita guidata alla pari

Traferire concetti complessi nel linguaggio della quotidianità ha permesso di abbattere una prima barriera fra l’arte contemporanea e lo spettatore comune il quale, reso finalmente protagonista, si è sentito libero di “non capire tutto” e non per questo impossibilitato ad apprezzare le opere che gli venivano presentate. L’entusiasmo e l’impegno dimostrato da queste guide non convenzionali e la partecipazione numerosa del pubblico anconetano sono serviti a confermare che non esiste un linguaggio preferenziale per raccontare l’arte e che anzi, questa può e deve modellarsi alle esperienze e alla sensibilità di qualsiasi tipologia di pubblico.

D’altronde la freschezza dell’approccio di uno spettatore inesperto può veramente trasformarsi in una risorsa. Questa è la lezione che ci insegna il progetto “I Visionari” nato a Sansepolcro nel 2006, a cura di un gruppo di teatranti e portato avanti tuttora da Lucia Franchi e Luca Ricci, nel tentativo di reinventare un festival di teatro in crisi e di attrarre maggiore interesse da parte del pubblico. È stato così sviluppato il primo modello di “festival a direzione artistica condivisa” che ancora oggi riscuote enorme successo e che si è ormai esteso a diverse realtà italiane fino anche a dialogare con realtà europee simili.

Ma cosa sono I Visionari? Sono un gruppo di cittadini che, rispondendo ad un bando pubblico, ogni anno si riuniscono per selezionare gli spettacoli che andranno a comporre il programma del festival Kilowatt di Sansepolcro. Il fulcro di questo progetto è la volontà di dare spazio ai “non addetti ai lavori” della cultura, i quali accolgono il teatro nella loro quotidianità, riflettendo su tutto ciò che rende uno spettacolo migliore di un altro, litigando a volte per difendere le proprie preferenze, e soprattutto prendendo a cuore la responsabilità di portare valore nel loro paese attraverso il festival. Così la più profonda identità strutturale del festival viene reinventata, in quanto arriva ad affidarsi completamente alle capacità critiche e alle inclinazioni soggettive di un gruppo di amatori e profani dello spettacolo, che pure dimostrano ogni volta di saper riconoscere la qualità dei lavori che analizzano o quantomeno di percepirne lo spessore. Trattandosi di un progetto altamente sperimentale, soprattutto agli inizi, non tutte le scelte si sono sempre dimostrate vincenti, ma questo non sminuisce la ragion d’essere dei Visionari, poiché agli errori si sono spesso accompagnate intuizioni rivelatrici che non sarebbero state possibili altrimenti e che confermano come la comunicazione della cultura non debba chiudersi attorno a ideologie o linguaggi accademici e possa invece rinnovarsi affidandosi ad approcci meno istituzionali ma non per questo semplicistici.

I Visionari all’opera

Il progetto dei Visionari si è col tempo rivelato un mezzo non solo per scoprire o coltivare un interesse per la cultura ma anche per risvegliare un senso di appartenenza ad un gruppo, ad una comunità e soprattutto ad uno scopo per cui il contributo di ognuno è rilevante. Nella loro identità collettività, i Visionari sono reciprocamente attori e fruitori di un progetto di formazione culturale e civica.

Questa idea di collettività che si riunisce attorno alla cultura è un principio che ritroviamo anche alla base del progetto “Trentatré Trentini”, nato all’interno di Spazio Off, il quale offre ogni anno ad un pubblico di appassionati la possibilità di seguire collettivamente gli eventi di teatro e danza delle principali stagioni teatrali del Trentino e di affrontare in concomitanza degli incontri formativi con i professionisti del settore. Daniele Filosi, curatore del progetto, parlando dell’origine dei “Trentatré Trentini” ci fornisce in realtà la risposta al nostro dibattito iniziale. Si sofferma infatti sulla necessità di guardare allo spettacolo dal vivo con un’ottica che vada oltre l’idea di “prodotto culturale” da consumare per restituirgli la sua vitalità, insita nel concetto di condivisione e di crescita comunitaria. Per questo l’intento del progetto “Trentatré Trentini” è quello non solo di educare alla cultura del teatro e della danza attraverso un percorso di visione e di ascolto, ma di far sì che la cultura diventi un pretesto per recuperare una dimensione relazionale fra gli spettatori e renderli una comunità attiva, partecipante e critica.

Questi esempi, per quanto limitati da un punto di vista numerico, ci suggeriscono che davvero il pubblico della cultura è potenzialmente un pubblico universale, finché persiste la voglia di mettersi in gioco. Bisogna “solo” fare in modo che la cultura in sé si apra a linguaggi e iniziative inclusive, che permettano ad un pubblico non specialista di approcciarla senza pregiudizi e di goderne anche nelle sue forme più complesse.

Alessandra Pennesi

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