Chiusura dei teatri: cosa ne pensiamo

I teatri sono chiusi ormai da settimane. La notizia di questa nuova chiusura, per quanto attesa, ha creato grande scompiglio nel settore e molte voci si sono alzate per protestare contro una decisione ritenuta arbitraria e discriminatoria. Il tema è complesso, si può reclamare il diritto alla giustizia sociale (perché a bar e ristoranti è stato concesso un margine di attività e ai luoghi di spettacolo no?) e alla rivalutazione di un’attività che, per la sua immaterialità viene considerata non essenziale, e che pure ricopre un insostituibile ruolo emozionale e sociale nella vita delle persone. Andare a teatro è forse una delle più grandi manifestazioni di libertà, perché implica una scelta attiva e una dose massiccia di curiosità e la situazione in cui ci troviamo ci costringe a guardare a quello che la chiusura dei teatri ha tolto al nostro quotidiano. In occasione della giornata mondiale dello spettatore che si è tenuta lo scorso 21 novembre, abbiamo voluto rovesciare le parti ed esprimere le nostre opinioni, in qualità di spettatori, su cosa ha significato dover rinunciare allo spettacolo dal vivo.

“Apprendere della chiusura è stato uno shock, forse perché il teatro è sempre stato un luogo sicuro – e i dati di vari report lo hanno dimostrato, ricordando come, in tutta l’estate, soltanto una persona si sia contagiata a teatro su oltre 340.000 spettatori. Oppure semplicemente perché, in un settore dove già le norme di sicurezza sono state applicate con rigore massimo (mascherina sempre posta, distanziamento sociale, igienizzazione puntuale), era impensabile un’azione del genere. Certo, i teatri di tutta Italia si stanno comunque riattivando per continuare a proporre spettacoli e serate in streaming ma non è la stessa cosa secondo me. Abbiamo bisogno dei teatri perché sono uno dei pochi baluardi di resistenza della cultura, perché sono i nostri momenti di fuga da una realtà che sta diventando sempre più caotica. La salute è importantissima, su questo nessuno discute. Però anche la cultura ha la sua importanza nella nostra società. Come momento di riflessione, come momento di svago. Il teatro è stato chiuso, ma lo stadio viene lasciato aperto. Perché?”

Marianna

“Uno spettacolo non è mai solo uno spettacolo. C’è tutta una fase precedente che implica la ricerca, la scoperta, la prenotazione e l’attesa… tutto sommato, al di là del piacere di entrare in un teatro ed assistere ad un evento, la cosa che più mi manca è la progettazione che precede quel momento, il “non vedo l’ora” che è stato completamente eradicato dal nostro vivere quotidiano se non per dire “non vedo l’ora che questa pandemia finisca”. Ormai i nostri pensieri sono tutti rivolti lì e perciò, al di là delle difficoltà di chi nel settore dello spettacolo ci lavora e ci deve tirare a campare, per me che sono solo una spettatrice questa è solo un’attesa più lunga, molto più lunga e decisamente malinconica. Per me andare a teatro ha sempre significato trovare stimoli per la fantasia e temo che il rischio di questo immobilismo, il non avere più uno spazio dedicato al vedere cose altre, sia proprio un graduale intorpidimento dell’immaginazione. Per questo è importante trovare nuove soluzioni, e sono contenta che piano piano ci si stia muovendo in una direzione di ricerca di modelli alternativi per fare spettacolo. Non vedo l’ora di vedere le proposte che verranno prodotte grazie al nuovo bando regionale!”  

Alessandra

Foto: Cyrus Crossan

“Devo ammetterlo: ho frequentato ben poco il teatro prima di iniziare il mio servizio civile al Consorzio Marche Spettacolo. Ora mi chiedo il perché. Probabilmente per vari motivi, ma primo fra tutti “il non sapere” e la lontananza del teatro dalla mia vita quotidiana. Ho sempre amato la cultura, ma fino ad ora l’avevo solo esplorata in altre forme, come il cinema, la lettura, i viaggi e i musei. Prima, il teatro era per me un luogo remoto, che non riuscivo a capire a fondo. Eppure è bastato un attimo, per capirlo: sentire le note della FORM quel 4 febbraio al Teatro Rossini, che diretta dal grande Ezio Bosso intonava Mozart, Strauss e Beethoven. E capii. La magia avviene nell’attimo in cui la luce è soffusa e la musica si diffonde abbracciata dal velluto rosso. Non c’era nulla da capire, ma improvvisamente mi era tutto chiaro: il teatro è un’esperienza intima, privata ma condivisa, in cui ti senti parte di una comunità che è presente e altrove allo stesso tempo, che ascolta e vede in presenza ma viaggia lontanissimo. Ora, questa lontananza forzata ci crea confusione, perché ci sentiamo privati del luogo in cui avviene quella magia attiva. Sono a favore della digitalizzazione degli spettacoli: ora che stare a casa non è più sinonimo di svago, tutti devono avere la possibilità di accedere a ciò che amano, anche da lontano. Sono anche favorevole a pagare lo stesso prezzo per lo stesso spettacolo, non solo perché so che gli artisti sapranno trasportarmi allo stesso modo, ma anche perché voglio che, alla riapertura, tornino ancora lì, nella loro casa, ad esercitare quella loro passione capace di catturare e convertire, salvaguardando la cultura.”

Ilaria

“L’attesa dell’ingresso in teatro, il buio prima dell’esplosione di colori e di emozioni, la pelle d’oca, la musica che ti fa mancare l’aria come quando si atterra in aereo e le farfalle nello stomaco come quando vedi la persona che ami. Tutto questo manca da ormai troppo tempo e più manca più si diventa anoressici spiritualmente, più manca e più la vita diventa insipida, perché sì, è vero, l’arte non è essenziale, come non si muore per amore non si può morire per il silenzio, ma quanto è triste e insapore vivere così.
Oggi un intero settore ha dovuto reinventarsi attraverso i moderni mezzi di comunicazione, ma al di là degli innumerevoli sforzi questo contatto indiretto non riesce a ricucire il filo che unisce chi l’arte la crea e lo spettatore, filo che si è ormai spezzato da tempo. Nel mezzo resta un tentativo disperato di contatto che lascia solo un senso di amarezza per un’esperienza parziale.”

Marco

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