Chiusura dei teatri: cosa ne pensiamo

I teatri sono chiusi ormai da settimane. La notizia di questa nuova chiusura, per quanto attesa, ha creato grande scompiglio nel settore e molte voci si sono alzate per protestare contro una decisione ritenuta arbitraria e discriminatoria. Il tema è complesso, si può reclamare il diritto alla giustizia sociale (perché a bar e ristoranti è stato concesso un margine di attività e ai luoghi di spettacolo no?) e alla rivalutazione di un’attività che, per la sua immaterialità viene considerata non essenziale, e che pure ricopre un insostituibile ruolo emozionale e sociale nella vita delle persone. Andare a teatro è forse una delle più grandi manifestazioni di libertà, perché implica una scelta attiva e una dose massiccia di curiosità e la situazione in cui ci troviamo ci costringe a guardare a quello che la chiusura dei teatri ha tolto al nostro quotidiano. In occasione della giornata mondiale dello spettatore che si è tenuta lo scorso 21 novembre, abbiamo voluto rovesciare le parti ed esprimere le nostre opinioni, in qualità di spettatori, su cosa ha significato dover rinunciare allo spettacolo dal vivo.

“Apprendere della chiusura è stato uno shock, forse perché il teatro è sempre stato un luogo sicuro – e i dati di vari report lo hanno dimostrato, ricordando come, in tutta l’estate, soltanto una persona si sia contagiata a teatro su oltre 340.000 spettatori. Oppure semplicemente perché, in un settore dove già le norme di sicurezza sono state applicate con rigore massimo (mascherina sempre posta, distanziamento sociale, igienizzazione puntuale), era impensabile un’azione del genere. Certo, i teatri di tutta Italia si stanno comunque riattivando per continuare a proporre spettacoli e serate in streaming ma non è la stessa cosa secondo me. Abbiamo bisogno dei teatri perché sono uno dei pochi baluardi di resistenza della cultura, perché sono i nostri momenti di fuga da una realtà che sta diventando sempre più caotica. La salute è importantissima, su questo nessuno discute. Però anche la cultura ha la sua importanza nella nostra società. Come momento di riflessione, come momento di svago. Il teatro è stato chiuso, ma lo stadio viene lasciato aperto. Perché?”

Marianna

“Uno spettacolo non è mai solo uno spettacolo. C’è tutta una fase precedente che implica la ricerca, la scoperta, la prenotazione e l’attesa… tutto sommato, al di là del piacere di entrare in un teatro ed assistere ad un evento, la cosa che più mi manca è la progettazione che precede quel momento, il “non vedo l’ora” che è stato completamente eradicato dal nostro vivere quotidiano se non per dire “non vedo l’ora che questa pandemia finisca”. Ormai i nostri pensieri sono tutti rivolti lì e perciò, al di là delle difficoltà di chi nel settore dello spettacolo ci lavora e ci deve tirare a campare, per me che sono solo una spettatrice questa è solo un’attesa più lunga, molto più lunga e decisamente malinconica. Per me andare a teatro ha sempre significato trovare stimoli per la fantasia e temo che il rischio di questo immobilismo, il non avere più uno spazio dedicato al vedere cose altre, sia proprio un graduale intorpidimento dell’immaginazione. Per questo è importante trovare nuove soluzioni, e sono contenta che piano piano ci si stia muovendo in una direzione di ricerca di modelli alternativi per fare spettacolo. Non vedo l’ora di vedere le proposte che verranno prodotte grazie al nuovo bando regionale!”  

Alessandra

Foto: Cyrus Crossan

“Devo ammetterlo: ho frequentato ben poco il teatro prima di iniziare il mio servizio civile al Consorzio Marche Spettacolo. Ora mi chiedo il perché. Probabilmente per vari motivi, ma primo fra tutti “il non sapere” e la lontananza del teatro dalla mia vita quotidiana. Ho sempre amato la cultura, ma fino ad ora l’avevo solo esplorata in altre forme, come il cinema, la lettura, i viaggi e i musei. Prima, il teatro era per me un luogo remoto, che non riuscivo a capire a fondo. Eppure è bastato un attimo, per capirlo: sentire le note della FORM quel 4 febbraio al Teatro Rossini, che diretta dal grande Ezio Bosso intonava Mozart, Strauss e Beethoven. E capii. La magia avviene nell’attimo in cui la luce è soffusa e la musica si diffonde abbracciata dal velluto rosso. Non c’era nulla da capire, ma improvvisamente mi era tutto chiaro: il teatro è un’esperienza intima, privata ma condivisa, in cui ti senti parte di una comunità che è presente e altrove allo stesso tempo, che ascolta e vede in presenza ma viaggia lontanissimo. Ora, questa lontananza forzata ci crea confusione, perché ci sentiamo privati del luogo in cui avviene quella magia attiva. Sono a favore della digitalizzazione degli spettacoli: ora che stare a casa non è più sinonimo di svago, tutti devono avere la possibilità di accedere a ciò che amano, anche da lontano. Sono anche favorevole a pagare lo stesso prezzo per lo stesso spettacolo, non solo perché so che gli artisti sapranno trasportarmi allo stesso modo, ma anche perché voglio che, alla riapertura, tornino ancora lì, nella loro casa, ad esercitare quella loro passione capace di catturare e convertire, salvaguardando la cultura.”

Ilaria

“L’attesa dell’ingresso in teatro, il buio prima dell’esplosione di colori e di emozioni, la pelle d’oca, la musica che ti fa mancare l’aria come quando si atterra in aereo e le farfalle nello stomaco come quando vedi la persona che ami. Tutto questo manca da ormai troppo tempo e più manca più si diventa anoressici spiritualmente, più manca e più la vita diventa insipida, perché sì, è vero, l’arte non è essenziale, come non si muore per amore non si può morire per il silenzio, ma quanto è triste e insapore vivere così.
Oggi un intero settore ha dovuto reinventarsi attraverso i moderni mezzi di comunicazione, ma al di là degli innumerevoli sforzi questo contatto indiretto non riesce a ricucire il filo che unisce chi l’arte la crea e lo spettatore, filo che si è ormai spezzato da tempo. Nel mezzo resta un tentativo disperato di contatto che lascia solo un senso di amarezza per un’esperienza parziale.

Marco

L’arte può essere per tutti? Tre idee per dire di sì

Alcune settimane fa, sulla scia di un corso di formazione in marketing culturale che stavamo concludendo, noi ragazzi del servizio civile ci siamo ritrovati a discutere di una questione piuttosto delicata. Prendendo ad esempio una ipotetica mostra di arte contemporanea ci siamo chiesti quali fossero i linguaggi e i canali più adatti per promuovere un evento generalmente percepito come ostico da chi non è interno al settore e a cosa sia dovuta l’aura di inaccessibilità che circonda alcune offerte culturali. Queste sono ovviamente domande complesse a cui è possibile azzardare una risposta solo a seguito di studi e ricerche approfondite e specifiche; ma per ora il nostro intento è solo quello di modellare uno spunto di riflessione da utilizzare per volgere l’attenzione ad un aspetto della cultura particolarmente complicato.

Al termine della nostra discussione siamo giunti alla conclusione che la necessità di individuare e segmentizzare un pubblico di riferimento e l’ideale di apertura sociale assoluta della cultura non sono necessariamente realtà incompatibili. Pur dovendo rispondere alle leggi del marketing con tutte le preoccupazioni metodologiche che ne conseguono, gli enti culturali ricoprono naturalmente una funzione sociale, poiché è all’interno di una comunità che operano, ed è ad una comunità che si rivolgono. Se quindi il fondamento ideologico di un ente culturale è quello di inserirsi nel tessuto sociale di un luogo per migliorare la qualità della vita delle persone che lo abitano, ne consegue che la promozione degli eventi deve prescindere dal fatto che per ogni spettacolo esista già un pubblico definito e a sé stante, o perlomeno, deve prefissarsi di valicare quei confini così da raggiungere un pubblico sempre più vario e ancor di più, formarlo ad accogliere le proprie offerte.

Di seguito voglio quindi riportare alcuni progetti di formazione e iniziative che, in modi diversi, sanno o hanno saputo creare spazi di confronto e di coinvolgimento attivo dedicati principalmente ad un pubblico adulto, perché è importante che le passioni o gli interessi possano essere scoperti ad ogni età.

Nella fase di indagine iniziale per questo articolo è così emerso che la nostra ipotetica mostra d’arte contemporanea non è poi così ipotetica. Dal 28 ottobre 2016 al 7 maggio 2017 è stato possibile visitare alla Mole Vanvitelliana una mostra che ha voluto proporre soluzioni creative per accorciare le distanze fra pubblico e arte contemporanea. Hecce Homo, patrocinata dal Comune di Ancona e dalla Fondazione Cariverona e curata da Flavio Arensi, è stata una mostra interamente dedicata alla scultura italiana dal dopoguerra al giorno d’oggi ma, ispirandosi a modelli di fruizione della cultura nordeuropei, non ha voluto essere una semplice e asettica esposizione di artefatti. La responsabile della comunicazione e promozione Annaclara Di Biase ha infatti ideato una serie di workshop e percorsi off mirati a coinvolgere un pubblico non esperto facendo sì che l’estraneità dei contenuti della mostra fosse mediata da elementi di familiarità prelevati dalla vita quotidiana. Così sono nate iniziative come le “Visite guidate alla pari” in cui persone più o meno note della città di Ancona si sono prestate al ruolo di guide museali; in questo modo è stato possibile smantellare la relazione asimmetrica fra visitatore e detentore del sapere e rendere l’esperienza della visita non solo maggiormente fruibile ma anche più piacevole. Ciò che infatti astiene la maggior parte del pubblico dal visitare una mostra d’arte è la consapevolezza implicita che “non fa per me”, ed è proprio questa mentalità radicata che la prof.ssa Di Biase ha cercato di intaccare e di smussare con i suoi interventi. Fra le guide scelte vi erano artigiani del centro storico e professionalità assolutamente estranee al mondo dell’arte come l’operaio, il marinaio, il sindacalista della Fincantieri, l’istruttore di palestra. Queste persone hanno tutte seguito una formazione teorica sui contenuti della mostra ma il loro compito è stato poi quello di reinterpretarli in modo originale, assecondando la propria soggettività e creando connessioni con i propri ambiti di competenza.

Visita guidata alla pari

Traferire concetti complessi nel linguaggio della quotidianità ha permesso di abbattere una prima barriera fra l’arte contemporanea e lo spettatore comune il quale, reso finalmente protagonista, si è sentito libero di “non capire tutto” e non per questo impossibilitato ad apprezzare le opere che gli venivano presentate. L’entusiasmo e l’impegno dimostrato da queste guide non convenzionali e la partecipazione numerosa del pubblico anconetano sono serviti a confermare che non esiste un linguaggio preferenziale per raccontare l’arte e che anzi, questa può e deve modellarsi alle esperienze e alla sensibilità di qualsiasi tipologia di pubblico.

D’altronde la freschezza dell’approccio di uno spettatore inesperto può veramente trasformarsi in una risorsa. Questa è la lezione che ci insegna il progetto “I Visionari” nato a Sansepolcro nel 2006, a cura di un gruppo di teatranti e portato avanti tuttora da Lucia Franchi e Luca Ricci, nel tentativo di reinventare un festival di teatro in crisi e di attrarre maggiore interesse da parte del pubblico. È stato così sviluppato il primo modello di “festival a direzione artistica condivisa” che ancora oggi riscuote enorme successo e che si è ormai esteso a diverse realtà italiane fino anche a dialogare con realtà europee simili.

Ma cosa sono I Visionari? Sono un gruppo di cittadini che, rispondendo ad un bando pubblico, ogni anno si riuniscono per selezionare gli spettacoli che andranno a comporre il programma del festival Kilowatt di Sansepolcro. Il fulcro di questo progetto è la volontà di dare spazio ai “non addetti ai lavori” della cultura, i quali accolgono il teatro nella loro quotidianità, riflettendo su tutto ciò che rende uno spettacolo migliore di un altro, litigando a volte per difendere le proprie preferenze, e soprattutto prendendo a cuore la responsabilità di portare valore nel loro paese attraverso il festival. Così la più profonda identità strutturale del festival viene reinventata, in quanto arriva ad affidarsi completamente alle capacità critiche e alle inclinazioni soggettive di un gruppo di amatori e profani dello spettacolo, che pure dimostrano ogni volta di saper riconoscere la qualità dei lavori che analizzano o quantomeno di percepirne lo spessore. Trattandosi di un progetto altamente sperimentale, soprattutto agli inizi, non tutte le scelte si sono sempre dimostrate vincenti, ma questo non sminuisce la ragion d’essere dei Visionari, poiché agli errori si sono spesso accompagnate intuizioni rivelatrici che non sarebbero state possibili altrimenti e che confermano come la comunicazione della cultura non debba chiudersi attorno a ideologie o linguaggi accademici e possa invece rinnovarsi affidandosi ad approcci meno istituzionali ma non per questo semplicistici.

I Visionari all’opera

Il progetto dei Visionari si è col tempo rivelato un mezzo non solo per scoprire o coltivare un interesse per la cultura ma anche per risvegliare un senso di appartenenza ad un gruppo, ad una comunità e soprattutto ad uno scopo per cui il contributo di ognuno è rilevante. Nella loro identità collettività, i Visionari sono reciprocamente attori e fruitori di un progetto di formazione culturale e civica.

Questa idea di collettività che si riunisce attorno alla cultura è un principio che ritroviamo anche alla base del progetto “Trentatré Trentini”, nato all’interno di Spazio Off, il quale offre ogni anno ad un pubblico di appassionati la possibilità di seguire collettivamente gli eventi di teatro e danza delle principali stagioni teatrali del Trentino e di affrontare in concomitanza degli incontri formativi con i professionisti del settore. Daniele Filosi, curatore del progetto, parlando dell’origine dei “Trentatré Trentini” ci fornisce in realtà la risposta al nostro dibattito iniziale. Si sofferma infatti sulla necessità di guardare allo spettacolo dal vivo con un’ottica che vada oltre l’idea di “prodotto culturale” da consumare per restituirgli la sua vitalità, insita nel concetto di condivisione e di crescita comunitaria. Per questo l’intento del progetto “Trentatré Trentini” è quello non solo di educare alla cultura del teatro e della danza attraverso un percorso di visione e di ascolto, ma di far sì che la cultura diventi un pretesto per recuperare una dimensione relazionale fra gli spettatori e renderli una comunità attiva, partecipante e critica.

Questi esempi, per quanto limitati da un punto di vista numerico, ci suggeriscono che davvero il pubblico della cultura è potenzialmente un pubblico universale, finché persiste la voglia di mettersi in gioco. Bisogna “solo” fare in modo che la cultura in sé si apra a linguaggi e iniziative inclusive, che permettano ad un pubblico non specialista di approcciarla senza pregiudizi e di goderne anche nelle sue forme più complesse.

Alessandra Pennesi

Zona Rossa: un progetto che scuote e ricrea

Do you remember your home? Do you remember who you were before?

È la domanda insistente, ripetuta da una voce inglese graffiata dalla ricezione, a Eleonora Greco, assoluta protagonista di Zona Rossa, lo spettacolo frutto della Residenza della compagnia Cornelia, tenutasi a Villa Nappi (Polverigi, AN) dal 14 al 28 ottobre 2020.

Nel buio assoluto della stanza, questa voce sorpresa, pacata, sembra stridere con il rumore dei tacchi che battono sul suolo: tac, tac, tac…
La voce arriva da una conversazione telefonica, avvenuta dopo un evento traumatico, e l’ingenuità nelle parole stupite dalla non scontatezza della rinascita nasconde una verità a volte difficile da accettare: ci vuole tempo.

L’evento non viene mai nominato durante la performance, ma riesci a vederlo. Ha una tuta da lavoro nera e i tacchi a spillo rossi. Unico sprazzo di colore nel buio che ti avvolge. Lo senti sospirare, ticchettare, ansimare, tremare, battere, esplodere. E rompere, fino a lasciare nient’altro che cocci attorno.

Forse solo chi ha vissuto il terremoto può veramente capire cosa si prova, ma Eleonora Greco ce lo mostra danzando, con movimenti ritmati e spezzati, a imitare il tremore e la frammentazione di quegli attimi che sembrano eterni. Questo spettacolo, però, non racconta il terremoto nella sua immagine di dolore permanente, ma vuole proporne un’analisi fisico-emotiva, attraversando le varie sensazioni che animano il tuo corpo in quei minuti: dalla spensieratezza alla paura, dalla disperazione alla rabbia, dalla tristezza alla rassegnazione.

Eleonora Greco in “Zona Rossa”


La scena è semplicissima: una stanza dal pavimento scuro, al buio, un solo occhio di bue che segue i movimenti dell’unica artista presente sulla scena. Apre lo spettacolo tenendo in mano un vaso con una pianta verde e muovendosi libera, a ritmo di una rivisitazione del tradizionale
“saltarello marchigiano”. La musica aleggia spensierata. Poi va incupendosi. Così come il suo viso, dove il sorriso lascia spazio a un’espressione di timore guardingo. L’aria si addensa, lei sospira, corre… poi scompare. 
Spuntano delle scarpe col tacco rosse. 
La donna terremoto, selvaggia e inarrestabile, si fa spazio nella stanza. Il ritmo di tamburi segue i suoi passi caotici, mentre lei recupera la pianta. La trascina con sé. Allunga un telo rosso, ci appoggia la pianta. E poi succede tutto in un attimo. Si volta. Prende il martello. Rompe il vaso. 
Epicentro. 
Zona Rossa.

Eleonora Greco in “Zona Rossa”


La danzatrice parlerà solo tre volte all’interno dello spettacolo.

La prima, quando l’irruenza del terremoto torna a spaventare. Un “Mà, l’hai sentitu?” squarcia la scena come un piccolo sussulto di realtà.
La seconda volta è Maccario a parlare, un contadino della campagna maceratese. “Ciao, sono Maccario e ho…”, seguito da un elenco di animali di sua proprietà che va sempre più dimezzandosi. Improvvisamente, grazie alla mimica e alla recitazione di Eleonora Greco, lo spettatore avverte tutta l’angosciante consapevolezza di Maccario. L’assoluta perdita dei tuoi
oggetti più cari, di tutto quello che ti ha permesso di vivere fino a quel momento.
Ma l’ultima volta, è proprio Eleonora Greco a parlare. Non sta più interpretando nessuno: ora sono i suoi ricordi in scena. E i suoi ricordi, come racconta con la voce spezzata e gli occhi accesi, lentamente, con l’inesorabile passare del tempo, scompaiono. E scomparendo loro, scompare anche lei. 

Zona Rossa è un dolore personale trasformato in qualcosa di universale, in cui chiunque può immedesimarsi e che, attraverso frammenti di voci e di movimento, vuole restituire la sensazione del tremore, della paura, ma anche della rinascita. È quella frase finale – “sono una pianta sradicata messa in un vaso di plastica” – che risuona a distanza di tempo ancora nelle nostre orecchie perché, come le piante, affondiamo le radici nelle nostre terre e a queste ci leghiamo e ancora di più dopo eventi traumatici, come ha ribadito Eleonora Greco a fine performance. 


Rimettersi in piedi è l’impresa più ardua, gli equilibri sono spariti e ora ci si fa spazio dove si può, per sorreggere qualcosa di instabile. Qualcosa che è lì a rammendare alla meglio i bisogni fisici, ma che è ben lontano da riparare il danno emotivo subito. Ma, anche con tutte le amarezze e con tutta la consapevolezza possibile, dai dolori più grandi ci si può rialzare, con la speranza di un futuro migliore.

Si ringrazia Inteatro per l’accoglienza.

Ilaria Ciaroni
Marianna Scognamiglio

GALLERY:

Il “contagio” delle emozioni: una riflessione sulla partenza del teatro

A quattro mesi dalla ripartenza, ci siamo trovati a riflettere sull’impatto che la pandemia ma soprattutto la cultura hanno su di noi. 

“Senza teatro non si può vivere bene” sono le parole di Gilberto Santini, direttore del Consorzio Marche Spettacolo e di AMAT. “Lo pensavamo, ma ora lo abbiamo sperimentato. Abbiamo bisogno di uno specchio con cui divertirci vedendo riflessi i nostri vizi, con cui riflettere sul senso delle cose che accadono. Abbiamo bisogno del teatro e il teatro ci aspetta, senza rischi”. E noi operatori del Servizio Civile presso il Consorzio, partecipando agli eventi, ne abbiamo constatato la veridicità. 

Proprio perché il teatro è espressione della contemporaneità, è giusto che anche questo evento traumatico venga rappresentato, in qualche modo, sul palcoscenico. Questo mondo ora necessariamente si intreccia alla realtà post-Covid. 

Esempi espliciti di questa inclinazione sono spettacoli come L’attore nella casa di cristallo e Promenade de santé di Marche Teatro, che ragionano su come il Covid abbia cambiato il nostro modo di vivere il teatro. 

Il Covid ha cambiato anche le modalità di fruizione degli spettacoli: attraverso inconsuete restrizioni in platea e in scena, a cui gli operatori hanno risposto lavorando instancabilmente per garantire una programmazione teatrale che rispetti le norme e consenta al pubblico di tornare in sala. Nasce così lo slogan “Teatro. Felicità responsabile”, che dal 15 giugno sensibilizza gli spettatori sulla frequentazione sicura e coinvolgente che il teatro è in grado di offrire. Radio Clandestina, ad esempio, il primo spettacolo dal vivo nell’Italia post-lockdown, ha visto la partecipazione in sala del pubblico con tutti i dispositivi di sicurezza previsti, registrando il sold out a entrambe le repliche previste. Questo a dimostrazione che a teatro “l’unico contagio che accade è quello delle emozioni” (G. Santini, 2020).

In tutta Italia, infatti, sono stati registrati oltre 1120 appuntamenti, che hanno avuto luogo sia in teatri che in spazi all’aperto, contando più di 140000 presenze complessive per tutta l’estate (Amat, 2020). 

Sembriamo tutti “animati da una disperata vitalità”, commenta Gilberto Santini citando Pasolini, la quale ci spinge a guarire, e pian piano ripartire. Tuttavia, questa che stiamo vivendo non è una ripartenza, ma una partenza. Ora tutto è cambiato: “Ci siamo sentiti soli e smarriti, avvertendo acutamente la nostalgia dell’altro, degli altri”. Il compito della cultura, però, non è quello di aiutare a dimenticare ciò che è accaduto, ma di aiutare a capirne il senso. Ed è per questo che il teatro ora ha bisogno di partire, ritrovando nella nostra quotidianità una fonte di stupore e lanciandosi in questa nuova avventura.

D’altronde, “le Marche sono da sempre tra le prime in Italia per qualità artistica e occorre riannodare i fili spezzati dal lockdown”: dobbiamo quindi cercare di dare di nuovo espressione ai desideri e alle speranze racchiusi nel nostro cuore, e il teatro può aiutare a ricordarcelo. Questa è la sfida.

Marianna Scognamiglio
Ilaria Ciaroni

Fonti:

Amat (6 ottobre, 2020). PIÙ DI 1.120 APPUNTAMENTI IN ESTATE NEI CIRCUITI TEATRALI REGIONALI DI ARTI; I LUOGHI DELLO SPETTACOLO DAL VIVO SI CONFERMANO PARTECIPATI E SICURI. Tratto da: https://www.amatmarche.net/piu-di-1-120-appuntamenti-in-estate-nei-circuiti-teatrali-regionali-di-arti-i-luoghi-dello-spettacolo-dal-vivo-si-confermano-partecipati-e-sicuri/

Santini, Gilberto (17 settembre, 2020). Intervista. Il Resto del Carlino. 

Tra Rinascimento e contemporaneità: Lotto, Topo Gigio e Caldura

Nonostante le difficoltà recentemente affrontate, anche quest’anno Patrimonio in Scena torna a portare lo spettacolo in luoghi non convenzionali.

Un progetto speciale nato dalla collaborazione tra Regione Marche, Consorzio Marche Spettacolo e Musei, Archivi e Biblioteche Marche, volto a valorizzare il nostro patrimonio culturale attraverso eventi di spettacolo dal vivo. Tra i vari spettacoli di quest’anno, quali Due passi a cura di Hangartfest a Pesaro, In nome della madre di AMAT a Cossignano (AP) e Lorenzo Lotto e il dattiloscritto dal cielo. Una storia vera a cura del Consorzio Marche Spettacolo a Jesi e Recanati, abbiamo avuto la fortuna di poter partecipare a quest’ultimo sabato sera nella suggestiva cornice della Biblioteca Planettiana di Jesi.

Lorenzo Lotto e il dattiloscritto dal cielo. Una storia vera è una conferenza-spettacolo che, narrando a due voci la vicenda di un misterioso dattiloscritto, collega sorprendentemente le storie di due pilastri della cultura italiana: il pittore Lorenzo Lotto e Topo Gigio.

Enrico Maria Dal Pozzolo, un professore universitario, ci ha introdotto all’argomento presentandoci uno scambio di mail tra lui e la signora Rosanna Medici, la cui voce è stata interpretata dall’attrice Margherita Stevanato. Lo scambio parte dal momento in cui Rosanna, in possesso del dattiloscritto di Federico Caldura su Lorenzo Lotto, contatta il professor Dal Pozzolo poiché esperto del pittore veneziano, in quanto curò varie mostre proprio su Lotto, anche a livello internazionale.

La conferenza è poi proseguita con una presentazione di Lotto, della sua vita, dei suoi spostamenti e delle sue opere. Argomenti forse già noti ad un pubblico marchigiano, visti i numerosi quadri presenti anche nelle chiese e nei musei del nostro territorio. Quello che però ci ha sorpreso è stata l’analisi della profondità dei sentimenti che emergono dalle opere di Lotto: il professore, citando anche altri critici come Bernard Berenson, Roberto Longhi e Anna Banti, ci ha illustrato la sensibilità che distingueva Lotto dai suoi contemporanei. “The dark side of Renaissance” lo definiva Berenson, in quanto capace di dipingere i mutamenti dei sentimenti dell’animo umano, anche quelli più oscuri, a dispetto delle luci protagoniste dei quadri di Raffaello, Michelangelo ecc.

Ma ora forse vi chiederete, che c’entra Topo Gigio? La risposta l’abbiamo trovata nella seconda parte della conferenza.

Per chi non lo sapesse, Topo Gigio è stato creato da Federico Caldura insieme alla moglie dell’epoca, Maria Perego. Il simpatico pupazzo divenne un successo planetario: approdò persino in America, dove Ed Sullivan lo coinvolgeva in sketch divertenti assieme ai grandi personaggi degli anni ‘60, come il jazzista Louis Armstrong.

Ora, se vi ricordate bene, Federico Caldura è l’autore del dattiloscritto che la fortunata Rosanna si trovò tra le mani. In questo dattiloscritto, Caldura ripercorre l’esperienza artistica di Lorenzo Lotto e analizza con un’acuta sensibilità alcune delle sue opere, dimostrando un’intelligenza raffinata. Incompleto al momento della morte dell’autore, lo scritto venne portato a termine e pubblicato dall’amico Mario Faustinelli, il quale cercò di riassemblare fedelmente i pensieri di Caldura come pezzi di un puzzle. A questo punto, il dattiloscritto passò da Mario al fratello, il quale lo passò successivamente a Rosanna, sua grande amica.

Torniamo quindi all’iniziale scambio di mail tra Rosanna e il professore, momento in cui decisero di far partire la ricerca dei famigliari di Caldura per la rivendicazione del dattiloscritto. Dopo vari tentativi, Rosanna riesce a trovare Maria Perego, ex moglie di Caldura, che dopo varie reticenze acconsente ad incontrarsi con il professore per discutere le sorti del dattiloscritto. Purtroppo, questo incontro non è mai avvenuto, ma prima di morire tra i due ci fu una telefonata, della quale noi abbiamo avuto l’occasione di ascoltarne un breve frammento registrato.

A questo punto, i nostri due protagonisti, Rosanna e il professor Dal Pozzolo, decidono di trasferire questo dattiloscritto a Loreto, nell’archivio della Santa Casa, dove già si trovano degli scritti di Lotto risalenti al suo periodo marchigiano.

Secondo il nostro punto di vista, questa conferenza-spettacolo è stata un’esperienza particolare che, se da un lato ci ha coinvolto nel giallo del destino del dattiloscritto di Caldura, dall’altro ci ha appassionato perché è riuscito a collegare due personaggi apparentemente opposti: uno, Topo Gigio, estremamente fortunato e coinvolgente, amato da tutti, l’altro, il pittore Lorenzo Lotto, un outsider del suo tempo. Ed è proprio in Federico Caldura, personaggio dalla sensibilità incredibile, forse un po’ outsider come Lotto, forse tanto intelligente e creativo come Topo Gigio, che si intrecciano tutti i fili del racconto, rendendolo così il vero protagonista della nostra storia.

Marianna Scognamiglio
Ilaria Ciaroni

Impressioni su “Theatre on a Line”

Sabato scorso ho avuto la mia prima esperienza di teatro digitale, anzi, al telefono. Si trattava dello spettacolo “Theatre on a line” della compagnia Cuocolo/Bosetti, entrata a far parte della rassegna NOW / EVERYWHERE teatro musica & danza possibili (adesso) a cura di AMAT.
Il mio appuntamento è per le 18.00, chiamo un numero che mi è stato mandato per messaggio. Una voce profonda di donna risponde e la sua prima domanda è “Ci conosciamo?” “No…cioè…non ancora…”. Nei primi minuti si cerca di stabilire un contatto umano fra di noi, di aprire una strada ancora inesistente. Mi chiede dove mi trovo e cosa vedo intorno a me, così da creare dei riferimenti visivi e dare a questa conversazione una sorta di collocazione fisica, anche se impercettibile.
“Sei sola?”… credevo di sì ma ora sono al telefono con qualcuno… perciò non lo sono più… non è questo il senso di questa telefonata? creare momenti di condivisa solitudine…

Roberta Bosetti – Theatre on a Line

Non poter vedere la mia interlocutrice apre infiniti mondi interpretativi. È una donna matura, ma non anziana, mi chiedo quale sia il suo personaggio, se ce ne sia effettivamente uno o se non stia semplicemente interpretando se stessa o una parte di sé. La sua voce tradisce una certa sofferenza, a volte sento quasi il bisogno di consolarla, mi parla della solitudine, della paura. Cerco di essere spontanea ma la spontaneità non mi riesce, mentre lei mi parla la mia mente divaga sulla preoccupazione di non fare passi falsi: mi chiedo se interromperla come avrei fatto con un’amica o se lasciarla parlare liberamente per non compromettere l’intera performance. Mi rendo conto a chiamata terminata che avrei voluto farle delle domande ma che ero troppo impacciata per lanciarmi in questo tentativo di intromissione, non avrei saputo a chi rivolgermi, se al “lei” personaggio o al “lei” persona e questo mi ha frenata. Nel frangente di uno spettacolo al telefono non ci sono più norme standard di comportamento da seguire, ci viene chiesto di essere qualcosa di più di semplici spettatori ed io mi rendo conto di non sapere come si fa.

“Vuoi raccontarmi qualcosa?” È a questo punto che il mio ruolo viene messo in drammatica discussione. Come può la mia realtà di spettatrice entrare all’interno di uno spettacolo “teatrale”? Cosa posso raccontare di me che abbia un qualche significato per una persona che non sia io? Queste domande mi costringono a riflettere sulla difficoltà di astrarre dalla particolarità della vita di un individuo dei significati o dei valori che parlino ad una moltitudine… mi rendo conto che l’arte di raccontare storie è davvero un’arte, ed una estremamente articolata.

Roberta Bosetti – Theatre on a Line

Ci sono dei silenzi che ogni tanto si frappongono fra me e lei, potrei riempirli in qualche modo ma sarebbe una forzatura, forse devo solo attendere che sia lei a svelarsi lentamente e a rendermi partecipe di qualche sua verità. Da una parte temo di trasformare questa esperienza in una seduta di psicoterapia al telefono – si sa che sono proprio gli sconosciuti le persone a cui ci si rivela più facilmente perché non hanno i mezzi per giudicarci – dall’altro non riesco ad essere completamente a mio agio. A volte c’è imbarazzo, a volte sento chiaramente che quei silenzi sono necessari a creare quella suspence che le permetterà di proseguire il suo discorso in un crescendo di idee e di pathos. Mi racconta un sogno, mi parla delle sue sensazioni, riflette sul senso meta-teatrale di ciò che sta accadendo in questo momento fra noi due.

Mentre la ascolto sono affascinata dalle sue capacità espressive, ma ho il pensiero costante che nessuno al telefono mi ha mai parlato in modo così forbito e strutturato. Non ci sono le mille incertezze ed interruzioni che popolano le vere conversazioni, non ci sono gli infiniti “mmmh”, “aaaah”, “infatti” che animano le discussioni reali, e la loro mancanza è piuttosto evidente e un po’ mi rattrista. La finzione di tutto ciò che sta accadendo mi si palesa nell’esattezza dei tempi teatrali, della proprietà di linguaggio e dell’enfasi ricercata con cui lei mi parla. Mancano le crepe nella voce e nei pensieri, per quanto ci sia il tentativo di creare un senso di verosimiglianza attraverso riferimenti alla realtà esterna: “Ti dispiace se mi vesto mentre parliamo?”…”Hai sentito anche tu quel rumore?”. Se il suo personaggio è finto, allora lo è anche la nostra “connessione”? A teatro non interessa a nessuno che i personaggi siano fittizi purché siano reali per noi, per la nostra sensibilità, ma adesso il problema della finzione mi si pone sotto una luce diversa perché adesso sono coinvolta in prima persona, ed io rappresento me stessa. Penso alla mia interlocutrice come professionista, chissà se utilizza lo stesso repertorio per ogni telefonata, mi domando se non abbia un pozzo di monologhi da cui attingere adatti ad ogni personalità, ad ogni tipologia di spettatore.

Roberta Bosetti – Roberta torna a casa

Dopo venti minuti il suo racconto si interrompe, tempo forse troppo breve per creare un vero senso di condivisone o una parvenza di intimità fra due persone, mi saluta mestamente e chiude la telefonata.
Sono stata senza dubbio una spettatrice acerba, non avvezza all’essere trascinata al centro del palco, anche se solo metaforicamente. Credo di appartenere a quella categoria di pubblico che ancora deve fare i conti con i dos and don’ts di questo tipo di performance e soprattutto con la maggiore libertà che gli viene accreditata per portare se stesso all’interno dello spettacolo. Ma la realtà è che preferisco ancora la vecchia poltrona di un teatro, starmene seduta lì nella penombra, in una sorta di anonimato rassicurante, a perdermi liberamente nei miei pensieri.

Si ringrazia AMAT per le foto

Alessandra Pennesi

Smartworking: ecco la musica che ci dà la carica

Quando da un giorno all’altro ci si ritrova l’ufficio sul divano, l’attenzione potrebbe calare e la produttività risentirne. Noi operatori del servizio civile ci motiviamo così.

Se come noi ora sei con le pantofole ai piedi e le mani alla tastiera, forse saprai di cosa stiamo parlando. Motivarsi a portare a termine un progetto quando il letto è a soli due passi può essere complicato. Eppure c’è chi lo smartworking lo fa ormai da anni, spesso per scelta, e nonostante tutte le distrazioni, hanno portato avanti le loro mansioni da casa ben prima di essere costretti a farlo.

La musica è (quasi) sempre la soluzione a tutto. Anche in questo caso, premere play e lasciar scorrere le canzoni che più ci stimolano può essere un buon modo per portare a termine il nostro lavoro. Senz’altro, per renderlo più dinamico e piacevole!

Per questo motivo, abbiamo preparato 4 playlist, secondo i gusti di Marianna, Alessandra, Ilaria e Marco, membri del team di servizio civile per il Consorzio Marche Spettacolo. Ognuna con la sua personalità, speriamo che queste playlist sapranno incentivare anche voi!

Se come Marianna hai voglia di cantare, scuotere la testa e sentirti viva, la sua playlist saprà attivarti non appena ti alzerai. Un’ondata di energia, perfetta anche per fare le pulizie, usando la scopa come microfono ed il soppalco come palcoscenico.


Alessandra ha un animo delicato e gentile, ma anche profondo. A lei motiva la musica tranquilla, dai battiti leggeri e costanti, e quella dai ritmi danzanti e teatrali. Una playlist che fa venir voglia di ballare un lento sotto le stelle.


Una playlist adatta ai cambiamenti d’umore di questa quarantena. A Ilaria piace alternare profondità d’animo e spensieratezza a piacimento. Per lo smartworking sceglie canzoni dalla melodia familiare, alcune upbeat per darsi brio e altre più tranquille per concentrarsi.


Una playlist da giovane musicista. L’animo indie-rock di Marco si sente sin dalle prime note, che suonano nella testa durante il lavoro in attesa di abbracciare una chitarra e suonarle da sé. Particolare e con una poetica in chiave moderna.


Avete trovato la vostra playlist ideale tra le proposte? O magari qualche nuovo suggerimento da aggiungere alla vostra? Nella speranza di essere stati d’ispirazione, noi continueremo ad aggiornarvi sui nostri punti di vista e sulle curiosità anche a distanza. #distantimavicini #andràtuttobene

Ilaria Ciaroni

Tra comicità e fedeltà: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO a teatro.

Pensando alla grande letteratura ottocentesca, uno dei primi nomi che sicuramente giunge alla mente di ognuno di noi è quello di Jane Austen, e, in modo particolare, quello del suo romanzo più famoso: Orgoglio e pregiudizio.

Un romanzo che è insieme romantico e critico, ironico e sentimentale, spietatamente realistico e che conduce il lettore, attraverso la scrittura calibrata della Austen, a riflettere su tematiche sempre attuali. Celebri, infatti, sono le posizioni fortemente individualiste, quasi da femminista antilitteram, della protagonista Elizabeth Bennet; o, ancora, l’arroganza iniziale di Darcy, al quale poi il lettore si affezione nel momento in cui i suoi sentimenti mutano per Elizabeth e farà di tutto per aiutarla e conquistarla. O, ancora, il desiderio sconfinato di Mr Collins nel voler ascendere socialmente ed entrare nelle grazie della sua benefattrice attraverso un buon matrimonio. E, per ultimo, l’amore puro, naturale, ma ostacolato, motivo di peripezie, tra Jane e Bingley.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Questi punti di forza del romanzo vengono rispettati nell’adattamento e riduzione teatrale di Antonio Piccolo, con regia e partecipazione di Arturo Cirillo; uno spettacolo andato in scena al Teatro delle Muse di Ancona, prodotto da Marche Teatro e Teatro Stabile di Napoli.

Tra le motivazioni che hanno indotto il giovane regista napoletano a scegliere di rappresentare proprio questa opera viene elencato come primo punto il «dono folgorante per i dialoghi» dell’autrice inglese. Cirillo, infatti, pur riducendo il testo del romanzo agli avvenimenti e ai personaggi più salienti, rimane fedele alle parole della Austen, dando loro vita, corpo, anima. Le grandi battute che hanno reso celebre questo romanzo vengono riportate in scena con tutta l’intensità e il pathos che lo spettatore, o il lettore, può aver immaginato leggendole su carta.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Inoltre – e questo è un altro motivo per cui al regista la Austen risulta tanto cara – emerge anche quel senso di ironia, quello «sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi» che dona una patina di comicità lieve all’esecuzione dei vari dialoghi ma non per questo annulla la profondità dei sentimenti e delle introspezioni tipiche di personaggi come Elizabeth, Darcy, Jane.

Proprio per supportare questa visione disincantata, distante, ironica che la Austen propone nelle sue pagine, Cirillo utilizza la scenografia – progettata da Dario Gessati – a suo vantaggio: lo spazio circostante diventa una chiave di lettura nuova che rende la scena dinamica e multipla. Gli enormi pannelli di legno e materiale trasparente (che diventa, di volta in volta, specchio o finestra), infatti, moltiplicano i punti di vista, rifrangono i colori, lo spazio, permettono il cambio di scena. E, così, soltanto questi pannelli, creano il salotto – e la tenuta in generale – di casa Bennet, i saloni dove avvengono i vari ricevimenti del signor Bingley e di Lady Catherine de Bourgh – interpretata, magistralmente, dallo stesso Cirillo, che veste anche i panni del padre della famiglia Bennet.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

In un mondo animato da danze, canti, colori, come quello portato in scena sul palco, dunque, la sensibilità femminile, ironica, pungente a volte della Austen trova la sua perfetta corrispondenza nella pièce divertente, dinamica ed elastica del giovane regista.

Foto di scena: Matteo Del Bò – Marche Teatro

Marianna Scognamiglio

21 Febbraio: Giornata internazionale della lingua madre… e le traduzioni perse.

Le origini

L’ex direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova, in occasione del discorso per la Giornata Internazionale della Lingua Madre nel 2016, ha dichiarato: “Le lingue madri, in un approccio multilinguistico, sono fattori essenziali per la qualità dell’istruzione, che è alla base dell’emancipazione di donne e uomini e delle società in cui vivono”.

Nata con lo scopo di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, la Giornata Internazionale della Lingua Madre fu proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel novembre del 1999 (30C/62), iniziando ad essere celebrata dall’anno seguente. Nel 2007 è stata riconosciuta dall’Assemblea Generale dell’ONU, contemporaneamente alla proclamazione del 2008 come Anno internazionale delle lingue, per promuovere l’unità nella diversità e la comprensione universale attraverso il poliglottismo e il multiculturalismo.

La data – 21 febbraio – intende commemorare il 21 febbraio 1952, giorno in cui alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan.

Riconoscere quindi oggi il fondamentale ruolo vitale che hanno le lingue nel trasmettere un immenso patrimonio culturale ereditario è la chiave per far sì che proprio queste lingue non muoiano; e proprio questa iniziativa se da un lato vede un costante incremento della sensibilità sul problema della tutela delle varie lingue, dall’altro fa sì che si crei una rete di partners e risorse che supportino l’implemento di strategie e politiche a favore della diversità linguistica e del multilinguismo in tutte le parti del mondo.

Un esempio: i giochi linguistici mancati

Nello spirito quindi promosso dall’UNESCO e dall’ONU di voler tutelare le lingue madri, cogliamo l’occasione per mostrarvi come, anche in ambito artistico, questo può avvenire.

La famosa opera di Oscar Wilde, The importance of being Earnest, offre un caso perfetto per dimostrare quanto appena detto.

Un grosso problema di traduzione in italiano viene infatti presentato sin dal titolo: il gioco di parole originario, rispettato nel titolo inglese, fra l’aggettivo “earnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprio “Ernest”, fa sì che questi in inglese abbiano la stessa pronuncia. E proprio su questo gioco di parole si fonda il paradosso fondamentale della commedia: infatti, nell’alta società britannica, non è la persona a contare, non è l’essere, ma l’apparire, lo sforzo d’esser racchiuso in un nome che può rivelarsi quanto mai ingannevole.

Lady Bracknell. My nephew, you seem to be displaying signs of triviality.

Jack. On the contrary, Aunt Augusta, I’ve now realised for the first time in my life the vital importance of being earnest.

Al contrario questo paradosso e questo gioco linguistico viene meno nella traduzione italiana, dove troviamo a volte L’importanza di essere Onesto altre L’importanza di essere Probo, giocando sul fatto che “Onesto” e “Probo” sono anche nomi propri, anche se obsoleti. Spesso invece si salta il gioco di parole usando impropriamente il titolo L’importanza di chiamarsi Ernesto, rinunciando alle doti di “serietà” che la earnestness inglese intende e rinunciando ai giochi di parole contenuti nell’opera.

Lady Bracknell. Nipote mio, sembri dare segni di frivolezza.

Jack. Al contrario, zia Augusta, ho capito per la prima volta in vita mia l’importanza di essere Ernesto / l’importanza di essere onesto.

Una soluzione traduttiva che meglio unisce un senso vicino alla parola earnest ad un nome frequente (e dunque riconoscibile come tale) è quella di rendere il titolo con “L’importanza di essere Franco“.

Altro esempio derivabile dal mondo artistico proviene questa volta dallo scrittore, drammaturgo francese Raymond Queneau, nella sua opera Zazie nel metro.

Anche qui, come nel caso precedente, troviamo infatti dei giochi linguistici che poco rendono nel momento in cui vengono traslati nella nostra lingua. Un esempio per tutti, la parola di apertura del romanzo, Doukipudonktan.

Questa lunga e strana parola altro non è che la trascrizione fonetica della frase francese D’où qu’ils puent donc tant?. La domanda in italiano si tradurrebbe con la frase “Da dove viene così tanta puzza?”, mentre la prima parola del romanzo diventa “Macchiffastapuzza”, perdendo così quel sottile gioco linguistico che invece caratterizza l’originale francese.

CARMEN: la libertà di scegliersi.

L’amour est l’enfant de Bohême / Il n’a jamais, jamais connu de loi / Si tu ne m’aimes pas, je t’aime / Si je t’aime, prends garde à toi!

È quello che canta Carmen in una delle arie più celebri della famosa opéra-comique, Carmen.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

La gitana Carmen è inarrestabile, spregiudicata e passionale; crede fermamente nella sua libertà individuale e in quella di tutti gli esseri umani, non si piega alla legge e, anzi, si può dire che è lei a piegare la legge a sé, fattispecie nelle persone di Zuniga ma soprattutto di Don Josè, uno dei due poli maschili che animeranno il triangolo amoroso basato su gelosia e passioni sul quale poggia l’intera opera.

L’altro polo maschile del triangolo lo si ritrova nella persona del torero Escamillo, anch’egli innamorato di Carmen e il quale suscita una profonda gelosia proprio in Don Josè che, a più riprese, prova a sfidarlo a duello per l’amore della bella e irriverente gitana.

Oltre a rappresentare i due poli maschili, Don Josè ed Escamillo rappresentano anche due personalità totalmente contrapposte: da una parte, infatti, troviamo Don Josè, l’uomo intimamente tormentato tra il suo desiderio – a tratti violento – di possedere Carmen e quello di rimanere fedele alle ultime preghiere di sua madre morente, alla sua posizione in polizia; dall’altra, invece, Escamillo, il toreador, libertino, simbolo di sfrenata libertà e leggerezza.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

I sentimenti mai fermi di Carmen la portano a oscillare tra i due uomini, arrivando a concedersi a entrambi, incurante degli avvertimenti delle carte che ne preannunciano la morte, della minaccia di vendetta dello stesso Don Josè e dell’avvertimento delle stesse amiche quando, ormai giunti all’ultimo atto dell’opera, la avvertono proprio della presenza dell’ex amante.

Carmen gli va incontro. Ed è un incontro che tiene lo spettatore con il fiato sospeso, che non gli permette un momento di distogliere l’attenzione dalla scena, perché, proprio mentre sullo sfondo tutto preannuncia il momento del trionfo di Escamillo, ecco che al centro della scena si consuma il momento più drammatico e più struggente dell’opera. In preda a un attacco di cieca violenza e follia, dopo che Carmen gli getta addosso l’anello simbolo del loro amore, Don Josè la pugnala, uccidendola, e consegnandosi poi ai gendarmi: «Vous pouvez m’arrêter. / C’est moi qui l’ai tuée!/ Ah! Carmen! ma Carmen adorée!».

Una storia all’insegna della libertà di amare e di essere, sempre moderna in questi temi che toccano le corde dello spettatore pur essendo andata in scena nella prima volta nel 1875. E la modernità viene ribadita, in questa rappresentazione, anche dalla produzione stessa dell’opera, per merito di Paul-Émile Fourny. Infatti, nella volontà del registra di proporre uno sguardo contemporaneo, originale, ma pur sempre rispettoso dell’opera, si può notare come già fin dalle prime scene questa emerga: l’opera si apre catapultando lo spettatore al centro di un’indagine poliziesca, con un delitto in un teatro a rubar la scena. E da qui, come in un flashback, si snoda la vicenda: i gitani e i contrabbandieri, personaggi tipici dell’opera originaria, vengono trasformati in una compagna teatrale che deve portare in scena proprio la Carmen di Bizet, intrecciando così realtà e fantasia.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

 «Ho voluto proporre una lettura più contemporanea ma rispettosa dell’opera, evitando la caricatura spagnola per meglio sviluppare la drammaturgia» – spiega Paul-Émile Fourny «L’idea è quella di una messa in scena vicina alle serie televisive poliziesche, e in particolare a quelle che si svolgono negli anni 50-60, perché Carmen è la storia di un crimine, in cui la protagonista è la vittima. Il mio sguardo è femminista, Carmen afferma le sue scelte di vita, sia professionali che personali; con un carattere forte, indurito, deve combattere per rivendicare il suo status di donna libera».

Carmen non è soltanto una contrabbandiera, una zingara, un’attrice o una vittima di un omicidio: Carmen è una donna che diventa il simbolo della fedeltà a se stessi e alle proprie passioni («Libre elle est née / et libre elle mourra!»), della tenace affermazione della propria indipendenza davanti i soprusi mascherati da amore.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

Questi messaggi, inoltre, vengono veicolati al massimo delle loro potenzialità anche grazie all’accompagnamento musicale di Beatrice Venezi, che, nonostante la sua giovanissima età, ha saputo dirigere l’Orchestra Rossini in modo impeccabile, meritandosi tutti gli applausi del pubblico.

La perfetta sinergia che si è creata sul palco tra la direttrice d’orchestra e la mezzosoprana Mireille Lebel, l’interprete di Carmen, è stata la chiave vincente per garantire una lettura modernamente femminista, forte, onesta che ha caratterizzato questa produzione di un classico del teatro lirico, pur nel rispetto della sua immensa grandezza.

PH: Binci – Fondazione Pergolesi Spontini

Si ringrazia Fondazione Rete Lirica Marche e il Teatro dell’Aquila di Fermo per l’ospitalità.

Marianna Scognamiglio