Le digital performances prima e dopo il lockdown

Un articolo su Repubblica afferma che “il digitale […] non deve essere considerato un nemico, né un ripiego di cui sbarazzarsi in fretta dopo la fine della quarantena, neanche per la musica. È una opportunità da provare, anche per non piangersi addosso”. Parlando dell’esperienza unica del concerto della band coreana BTS – concerto che ha fatto numeri enormi -, Riccardo Luna vede nello streaming, e quindi nell’uso del digitale, un nuovo modo di affrontare il problema dello spettacolo dal vivo nel mondo post-covid.

Nel caos della pandemia, infatti, sono stati cancellati migliaia e migliaia di eventi e, per evitare di far crollare il settore dello spettacolo, gli artisti e le compagnie si sono dovute inventare nuovi modi per affrontare questa sfida. Tra questi, c’è proprio l’uso delle piattaforme streaming per permettere al pubblico di usufruire, nei momenti più difficili, di spettacoli a loro piacimento. Sebbene, come ricorda Karen Allen, l’autrice di “Twitch for Musicians”, in un’intervista a Rolling Stone, esistono diversi tipi di approccio al digitale: uno passivo, bidimensionale e un altro
community-based che incoraggia gli artisti ad interagire attivamente con i fans.

Eppure, queste “perfomance digitali” non sono assolutamente invenzioni recenti.
L’uso del digitale nello spettacolo dal vivo, infatti, risale già all’invenzione delle prime tecnologie, come ad esempio la televisione. Si pensi, infatti, al fenomeno italiano del videoteatro, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, dove gli attori in scena interagivano con monitor, telecamere o videoproiettori durante le loro performance.
In Italia, tra le rassegne più significative dedicate al videoteatro si segnalano il POW-Progetto Opera Video-Videoteatro (poi Scenari dell’Immateriale) svolto a Narni dal 1984 (dove il fenomeno del videoteatro s’è sviluppato), il TTV di Riccione e il Festival ‘O Curt di Napoli.

Clicca qui per il video INDEX Videoteatro, a cura di Carlo Infante, editing video di Ariel Genovese, dedicato al progetto/rassegna POW-Scenari dell’Immateriale di Narni, 1988, nell’archivio video di Urban Experience.

Più recentemente, poi, si arriva ad una performance più immersiva dando vita al fenomeno del teatro multimediale, con l’uso del digitale dentro la stessa scena, permettendo allo spettatore di vivere nuove emozioni. Si parla quindi di “performance digitale” quando strumenti multimediali come proiezioni tridimensionali, luci, computer interagiscono non solo con l’attore in scena ma anche con il pubblico in sala, divenendo così parte integrante dello spettacolo, del pensiero dietro lo spettacolo, permettendo alle emozioni provate di essere amplificate.
Per capire meglio questo tipo di perfomance digitali si pensino alle seguenti esibizioni: Cinématique di Adrien Mondot, meglio conosciuto con il nome di Adrian M

Adrien M – Cinématique, Digital Media Performance 2009

o, ancora, allo spettacolo di MOTUS – CHROMA KEYS.

MOTUS – CHROMA KEYS

Nel mondo post-covid, invece, il digitale viene inteso, come si è detto, come uno strumento di streaming che permette agli artisti di interagire con i fans,
scardinando il “qui e ora” caratterizzante lo spettacolo dal vivo e spostando il centro su luoghi e tempi diversi per ognuno. Diventa così un mezzo privilegiato per indagare il rapporto tra discipline diverse in un’ottica di compresenza e dialogo, in una sintesi che vuole essere pluridisciplinare.
E non si può, dunque, non pensare all’esperienza di “performance digitale” offerta da AMAT con i suoi spettacoli della rassegna Now/Everywhere teatro musica & danza possibili (adesso). Una serie di spettacoli teatrali o di danza che, coinvolgendo il pubblico, permettevano a quest’ultimo di godere di un momento di distrazione nel luogo e nel momento che preferiva, scegliendo la piattaforma a lui più congeniale: Zoom, WhatsApp…

Dalla rassegna di AMAT, Now/everywhere:
Theatre on a line, ph: Roberta Bosetti.

O, ancora, se vogliamo pensare alla possibilità di sfruttare lo streaming nella sua accezione “bidimensionale”, statica, si pensi alla possibilità offerta con OnTheatre (https://www.ontheatre.tv/), una piattaforma digitale che propone spettacoli di vario genere, il tutto on-demand.
Questa piattaforma, pensata dal direttore d’orchestra novarese Massimo Fiocchi Malaspina e da Lucrezia Drei, giovane soprano milanese, si riallaccia all’idea lanciata dal Ministro Dario Franceschini, durante la puntata di sabato 18 aprile di Aspettando le parole, il programma condotto da Massimo Gramellini su Rai3:

«Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità».

E sembra bellissimo, non è vero?
La possibilità, pur sempre dietro pagamento di un biglietto, di poter godere di un’opera, di un balletto, di un musical nella comodità assoluta della propria casa e, soprattutto, nel momento che uno preferisce.
Eppure, questo tipo di performance digitale viene a contrastare con quella che è la definizione principale di spettacolo dal vivo, che si basa sul principio del “qui e ora” ma, soprattutto, che si nutre dell’interazione tra pubblico e performer, motore pulsante dello spettacolo dal vivo. Lo ricorda, ad esempio, Shahid Mahmood Nadeem, premiato giornalista pakistano, drammaturgo, sceneggiatore, regista teatrale e televisivo, attivista per i diritti umani, e autore del Messaggio Internazionale della Giornata Mondiale del Teatro 2020. Nel suo messaggio, Nadeem parla della sacralità del teatro, sottolineando come questo debba recuperare la fondamentale relazione simbiotica con il pubblico.

Perché senza pubblico, il teatro, il mondo dello spettacolo, non possono vivere.
Questi, fin dalle loro origini greche, si basano infatti sull’elemento umano, sulla necessità di contatto tra artisti e spettatori affinché insieme, attraverso parole, gesti, musiche e corpi, arrivino a creare una comunità civile, che si riscopra in valori identici, forti. Basti pensare che, nell’antica Grecia, il coro di una tragedia era il luogo dove, tra le varie funzioni, si esprimeva il senso della polis, della democrazia più pura, rappresentativo della popolazione e delle idee che animavano l’opera.

Uno dei personaggi di spicco dell’avanguardia teatrale novecentesca, il regista polacco Jerzy Grotowski, sostiene che:

Non è il teatro che è necessario, ma assolutamente qualcos’altro.
Superare le frontiere tra me e te: arrivare ad incontrarti per non perderti
più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee
graziosamente precisate, rinunciare alla paura ed alla vergogna alle quali
mi costringono i tuoi occhi appena gli sono accessibile “tutto intiero”.
Non nascondermi più, essere quello che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un’ora. Trovare un luogo dove tale essere in
comune sia possibile…


Questa visione dello spettacolo dal vivo è una visione che ha accomunato diversi artisti durante il periodo del lockdown, che, magari, pur sfruttando le possibilità offerte dagli strumenti digitali, hanno sempre lamentato la mancanza di un qualcosa di più intimo. È il caso, ad esempio, di Ilaria Borletti Buitoni, Presidente della Società del Quartetto di Milano, che in un’intervista ribadisce come, pur essendo d’accordo con la possibilità di sfruttare il mondo digitale per promuovere lo spettacolo dal vivo, quello tuttavia «non basta. Lo spettacolo dal vivo è una meravigliosa festa a tre, autore, esecutore, pubblico, e senza quell’interazione continua e vitale si rischia di perdere per sempre una espressione della creatività che da secoli rappresenta un pilastro della nostra cultura».
O, ancora, il direttore dell’Associazione Filarmonica di Rovereto, Klaus Manfrini. Parlando infatti dell’esperienza intima che sta alla base di un concerto di musica classica e che trova il suo punto nevralgico nella capacità di saper ascoltare – capacità che, proprio perché limitata nella popolazione oggi giorni, è tanto più preziosa e va tutelata -, il direttore Manfrini ribadisce come il digitale non sia altro che un surrogato, che impedisce la piena realizzazione del godimento musicale:

Non dobbiamo lasciarci ingannare e cominciare a confondere la realtà
con questa che è a tutti gli effetti una soluzione di ripiego, che
appiattisce l’atteggiamento dell’ascolto togliendo tutte le sfumature e
soprattutto che toglie la dimensione dell’esperienza diretta. Nella
fruizione digitale manca uno degli elementi fondamentali che caratterizza un concerto: non c’è vicinanza tra interpreti e pubblico, e come ben sa chi almeno qualche volta ha frequentato una sala da concerto, la presenza del pubblico e il suo atteggiamento influenzano direttamente il modo in cui un artista suona.


Lo spettacolo dal vivo è quindi quell’esperienza di cui non può esistere una
riproduzione, proprio perché avvolta da quella magia del “qui ed ora” condivisa dal pubblico e dall’artista in questione, dove ogni performance è in sé irripetibile e sempre unica. Il duo pop fiorentino Acquarama, in un’intervista rilasciata su Pane Acqua Culture, sottolinea come: un «concerto dal vivo è emozionante proprio perché è come assistere a una magia in tempo reale: più la magia è autentica e diretta più è potente, ma se il messaggio musicale è mediato da una riproduzione – come quella virtuale – la magia è più debole e finisce per privarsi di gran parte dei suoi significanti, si riduce a una mera rappresentazione».

L’uso del digitale per valorizzare il mondo dello spettacolo prevede inoltre tutta una serie di aspetti tecnici-economici, prima tra tutti quello di «ripensare modelli e strategie, di immaginare nuovi format e creare contenuti ad hoc, c’è bisogno di rompere definitivamente barriere e tabù, valorizzare ancora di più eccellenza artistica e talento». E, accanto a questo, quello, forse più banale ma che sicuramente tocca più da vicino il pubblico, del costo del biglietto. È giusto far pagare un biglietto per uno spettacolo streaming quanto quello di uno spettacolo che avviene in un teatro? E, inoltre, i costi delle piattaforme, devono essere inclusi o meno nel prezzo del biglietto?

Tuttavia, siccome ogni arte è figlia del suo tempo, non si può pensare oggi a un mondo dello spettacolo che non abbia bisogno del supporto digitale. Ne ha bisogno, e su quello possiamo concordare tutti. E nel lockdown che ci han chiuso nelle nostre case, il digitale è stato un modo per provare a ripartire, per re-inventare e reinventarsi, per evitare l’isolamento.
Ma eravamo sempre lontani l’uno dall’altro, sempre distanziati.

Lo spettacolo dal vivo è però comunità, è relazionarsi in un momento ben preciso e in un luogo ben definito con l’artista che ci sta davanti, senza alcuna barriera. È vivere in presenza quell’occasione di gioia unica che lo spettacolo può donarci e alla quale il pubblico vuole tornare, secondo la ricerca Caro spettatore, come stai?: il 69,5% degli intervistati sente la mancanza dell’esperienza in presenza performance.

Dunque, ben venga la tecnologia nel mondo dello spettacolo dal vivo, che questo progredisca con la società, ma non si immagini sia possibile sostituire all’emozione dell’entrare in un teatro lo streaming digitale.

Marianna Scognamiglio

Sitografia/Bibliografia

Chiara

Proseguiamo le presentazioni con Chiara Zacchilli, volontaria CMS.

CHIARA

Chiara, 27 anni, Montecarotto

Volontaria CMS

Laureata in lettere moderne e, successivamente, in semiotica a Bologna, mi interessa comprendere ed utilizzare ogni tipo di linguaggio (verbale, visivo, musicale, ecc…) per poter approfondire il mondo della comunicazione.

Adoro la musica e la danza, che sono le passioni che più mi avvicinano al mondo dello spettacolo.

Ho scelto #OPEN_ART_SCR2016 perchè mi sembra un modo interessante di poter avvicinare la mia aspirazione a lavorare nell’ambito della comunicazione al dinamismo dei luoghi della cultura e dello spettacolo.

In bocca al lupo Chiara!